Dedicato a tutte le ‘madri coraggio’ che attraversano oceani e superano montagne

“La guagua está muy triste”. Consolación, mentre usciva, aveva sentito di sfuggita suo padre pronunciare quelle parole. Avevano un tono quasi solenne, che strideva con la generale indifferenza che quel padre aveva dimostrato tutta la vita per le sue quattro figlie. Ma non si fece prendere dalla curiosità. Uscì, camminando con un passo lento e costante che l’avrebbe potuta condurre fino in cima al Chimborazo. La guagua – in quechua ‘bambina’, anche se bambine, lei e le sue sorelle, non lo erano più – era infatti troppo triste e voleva pensare solo al suo dolore. Un dolore che le bruciava il cuore e che si mescolava con i ricordi.

Giunse al Guayas con le gambe corte stanche, dopo una lunga camminata che fece quasi sempre fissandosi i piedi piccoli e tozzi, per evitare di incontrare lo sguardo dei passanti o – peggio ancora – di doversi fermare a scambiare saluti con conoscenti. Le piaceva il fiume: il suo continuo scorrere le diceva che tutto sarebbe passato. E poi si immaginava che il Guayas nascesse dal Chimborazo ed era diventato per lei una sorta di enorme cordone ombelicale che la legava a quella cima che aveva tanto a cuore perché aveva fatto da sfondo agli anni della sua infanzia quando viveva a Licto. Ora non riusciva neppure a cercarlo all’orizzonte l’imponente Chimborazo. L’orizzonte era il futuro in cui non riusciva a vedersi e la sua vista era insostenibile.

A Licto, un piccolo villaggio non lontano dalla città di Riobamba, aveva vissuto con la nonna e con le sorelle dopo che la madre era morta e il padre le aveva abbandonate che erano ancora tutte piccolissime. ‘Por el trabajo’, diceva lui, ma in realtà i giorni in cui el papacito aveva lavorato si contavano sulle dite di una mano e in ogni caso soldi non ne aveva mai mandati. Insieme alle lacrime, riaffioravano le immagini di quel tempo che non ritorna. La povertà con cui la nonna combatteva tutti i santi giorni con la sua schiena dritta di india; il letto in cui dormivano tutte insieme riscaldandosi nelle notti fredde; la maialina Juanita che non rientrò una notte ma che la mattina seguente trovarono fuori dalla porta infreddolita; le pecore del señor Alvaro che la sua sorella maggiore doveva curare in cambio di qualche caramella ma quelle caramelle non le vide mai perché le pecore avevano mangiato erba bagnata, la pancia si era gonfiata come una mongolfiera e sarebbero morte tutte se il señor Alvaro non avesse infilato loro un porro nel didietro. Povere pecore! E povera Carmen che ne aveva prese così tante da avere lividi su braccia e gambe!

La nonna era il ricordo più dolce. Donna fortissima, dignitosa nella povertà, fiera di come riuscisse a non soccombere, compiaciuta perché i vestiti delle sue nipoti erano sempre puliti, i loro capelli sempre lucenti come il manto di una pantera e i loro piatti mai vuoti. Solo una volta nella sua vita la nonna aveva indossato un paio di scarpe e dismesso la sua gonna blu, la camicia bianca e il suo scialle: era dovuta andare in città per un matrimonio e non voleva che la additassero come la longa – la contadina – o la india per via dei suoi vestiti. Ma non appena tornò a casa, imprecando contro los conquistadores e i parenti, si rimise i suoi abiti e il giorno dopo rivendette il paio di scarpe che avevano fatto da prigione ai suoi piedi per un giorno intero. Consolación aveva ancora impresso nella mente, come se fosse ieri, quella notte in cui non l’aveva trovata nel letto e, spaventata, era corsa fuori e l’aveva vista pregare inginocchiata al chiaro di luna. Sapeva che pregava anche per lei. E poi era morta, senza un lamento, dopo una malattia che in pochi mesi l’aveva resa uno scheletro, senza però piegare quella schiena orgogliosa. Allora era apparso uno zio che, per mettere a tacere il senso di colpa di un figlio che non si era mai curato di sua madre, fece studiare le bambine, finché furono abbastanza grandi per andare a Guayaquil, trovarsi un lavoro e occuparsi del padre che aveva bisogno di qualcuno che finanziasse le sue giornate trascorse tra un bar e l’altro a bere chicha o birra.

E a Guayaquil, ormai donna, Consolación aveva conosciuto un uomo generoso e gentile, di quelli che aveva visto solo nei film. Eduardo stava finendo i suoi studi di economia alla Estatal e ogni sera la portava a passeggiare a Las Peñas tra gli edifici coloniali, fino al mare. Erano mesi in cui Consolación, per la prima volta, sentiva che forse qualcosa di bello spettava anche a lei.

Ma il padre stroncava sul nascere la sua felicità – tu sei povera, non hai studiato, pareces una india, mírate!, si stancherà di una come te. E aveva ragione. Benché Consolación gli avesse dato un figlio, Eduardo se ne andò con un’altra donna, una collega dell’università, con la pelle bianca come la luna e le gambe di una gazzella. Un altro abbandono. Quanti abbandoni. E furono ancora buio e fatica, anche se resi a tratti più sopportabili dalla gioia del bambino.

Tornò a casa che non sapeva che ore fossero, ma il sole era alto e faceva caldo nella mitad del mundo. Sulla strada si era fermata in un locale sudicio e si era ubriacata come faceva ormai da tempo. Aveva perso anche il lavoro all’ospedale perché puzzava sempre di alcol. Aprendo la porta di legno verde della cucina e vedendo padre, sorelle, cognati e nipoti attorno al tavolo le tornarono in mente le parole che aveva sentito uscendo ore prima. “La guagua está muy triste”. Capí che si era svolto un consiglio di famiglia e che lei ne era stato l’argomento di discussione, mentre il suo piccolo Gabriel dormiva nella culla. Il padre, assunta l’aria del patriarca, disse ciò che avevano deciso in sua assenza. Sarebbe andata in Italia.

Non sapeva neppure dove fosse precisamente quel paese. Sentì un insieme di emozioni pressarle il petto. Accettò senza fare troppe domande. Sentì la schiena che si raddrizzava e le gambe forti dei popoli delle Ande.