Entrando aveva urtato qualcosa. Sdraiata – e divorata dai topi – giaceva la ragazza che aveva corteggiato da quando si trovava sull’isola. L’aveva circondata non di attenzioni ma della sua sola presenza. Le girava attorno come se temesse di vederla svanire per sempre. Di lei lo avevano colpito i modi semplici, l’incedere lento, un atteggiamento sornione. Aveva le gambe sottili. Attraversava il paese di corsa, quasi a ogni ora del giorno. Una notte l’aveva vista baciare un turista sotto il campanile della chiesa. La mattina dopo, al bar, le aveva offerto la colazione e le aveva parlato con garbo, ma dentro sentiva crescere gelosia e turbamento, e una feroce tristezza. La ragazza viveva con il padre, un pastore che girava l’isola portando abiti logori, con la barba lunga. Si trascinava lento, la testa bassa. Della madre si diceva che fosse scappata con il postino alcuni anni prima. Quella ragazza si chiamava Sofia. Aveva gli occhi di un colore indefinibile, i capelli lisci e chiari, e finalmente faceva colazione con lui. Mentre lei beveva il caffè, lui all’improvviso le aveva detto “è inutile che fai finta di esser felice, o che corri per strada, e che baci i turisti”. Lei lo aveva guardato e si era alzata, lasciando cinque euro sul tavolo, per impedirgli di pagare per lei. Non aveva fatto nulla per trattenerla, non si era scusato. Si era vendicato ed era sufficiente così. Qualche ora più tardi l’aveva vista passeggiare sul molo. Era sera e pioveva. In giro non c’era nessuno. L’aveva seguita cercando di non farsi notare. Quando lei – sempre costeggiando il mare – era finalmente uscita dal paese, lui l’aveva raggiunta di corsa, l’aveva circondata con un braccio e l’aveva baciata. La ragazza aveva cercato di allontanarlo ma lui la tratteneva con forza. Allora lo aveva colpito sulla testa con uno schiaffo. Poi lo aveva colpito ancora due volte. All’improvviso, però, si era finalmente accorta delle sue lacrime. Erano circondati dall’oscurità, lui piangeva e la baciava. Lei gli accarezzava la nuca. Scendendo con la mano lungo la schiena Sofia aveva poi sentito la pistola nascosta sotto la maglietta nera di lui. Non si era sorpresa. Aveva risalito la schiena, poi era tornata giù un’altra volta e aveva infilato la mano per accarezzare quel ragazzo straniero. Lo aveva spogliato. Avevano fatto l’amore mentre l’acqua li raggiungeva e bagnava. Ancora pioveva. Il vento era forte e tremavano, ma non solo dal freddo. I denti di entrambi battevano forte.

“Perché sei così triste?”, gli aveva chiesto mentre fumavano.

“Non sono triste. Ero soltanto geloso”.

“Geloso di cosa?”.

“Di te, delle tue corse, del modo in cui ti mostri felice. Ma soprattutto del bacio che hai dato ieri al turista”.

Lei non gli aveva risposto. Lo aveva guardato. Lo aveva guardato a lungo. In tasca portava da sempre un lungo coltello a serramanico, che quella sera aveva rischiato di usare. Non aveva risparmiato quel ragazzo per le lacrime che le aveva mostrato, ma per quello che le aveva detto poche ore prima mentre facevano colazione. Si era sentita violata ma anche, finalmente, capita. Si era sentita vicina a quello sconosciuto come mai si era sentita vicina a nessuno, sull’isola o altrove.

Poi erano passati molti altri giorni. Non si erano più baciati. Non avevano più fatto l’amore. Lui era occupato dal suo lavoro sull’isola, dall’uomo che doveva seguire, osservare e studiare. Quell’uomo che un giorno avrebbe forse dovuto ammazzare. E invece qualcuno lo aveva fatto al suo posto. Doveva concentrarsi su tutte le persone da cui doveva capire se difendersi o meno. E Sofia era morta. Le avevano spaccato la testa ma, da quel che capiva, era stata anche accoltellata alla schiena.

Cos’era successo? Chi l’aveva uccisa e perché? Mentre si faceva queste domande finalmente piangeva. Aveva appoggiato la pistola su una pietra e si era seduto accanto a lei, nonostante lo schifo e il dolore, nonostante le macerie e lo sporco. Si era tolto la maglietta e l’aveva messa sopra quel che restava del viso. Si era acceso una sigaretta. L’aveva fumata lentamente, senza smettere di piangere. Stava decidendo che non importava sapere. Che non ne aveva più voglia. Era stufo di quel maledetto lavoro, della troppa gente ormai morta, del suo essere solo. Della sua tristezza, soprattutto. Aveva di nuovo preso in mano la pistola. Si era avvicinato a lei un altro po’. Aveva ripensato per un’ultima volta a quella ragazza, alle poche cose che aveva fatto con lei, alle sensazioni che aveva provato semplicemente guardandola, semplicemente seguendola. Alla notte in cui gli aveva concesso l’amore, alle sue poche parole. Si era puntato la pistola alla tempia.