Mi pare che nel dibattito attuale attorno all’editoria a pagamento si faccia talvolta un po’ confusione. Quelle che seguono sono soltanto riflessioni personali “in corso d’opera”, sulle quali, cioè, non nutro certezze. Diciamo che provo a ragionare a voce alta, come attorno ad un tavolo, per sentire anche la vostra opinione e provare a capirci di più.

Credo, innanzitutto, che sia necessario intendersi su una prima distinzione. È impossibile equiparare la letteratura accademica alla narrativa. Nelle università, ricercatori e professori mostrano attraverso i saggi e le monografie i progressi e i risultati dei propri studi e delle proprie ricerche. Le stesse istituzioni che finanziano tali studi hanno la necessità di far circolare, di mostrare i risultati ottenuti da questi studiosi che hanno provveduto a finanziare con montagne di soldi. Da qui, la disponibilità – di solito – da parte degli atenei o dei centri di ricerca a sostenere con un nuovo piccolissimo esborso (in proporzione al denaro investito per la ricerca stessa) anche l’acquisto dei volumi in cui questi risultati vengono esposti, così da poterli far circolare all’interno della comunità scientifica o fra i propri finanziatori. Se siamo tutti d’accordo che il punto, che l’obiettivo finale della nostra guerra all’editoria a pagamento sia la salvaguardia della qualità – e, francamente, non vedo come potrebbe essere altrimenti – è evidente che, in tutti questi casi, la qualità è garantita dall’istituzione coinvolta, che ha finanziato per anni la formazione di alcuni ricercatori e di alcuni professori precedentemente selezionati attraverso l’uso di reti oggettivamente molto strette. Inoltre, le stesse collane hanno il più delle volte, quasi sempre direi, un comitato scientifico che si assume la responsabilità di selezionare le opere da portare appunto fino alla sospirata pubblicazione. Di conseguenza, non succede praticamente mai che sia l’autore a pagare. Non credo, insomma, che quella accademica, quando organizzata nel modo suddetto, sia definibile editoria a pagamento. Qualche volta è possibile che questo meccanismo fallisca, è ovvio. Si tratta di un meccanismo gestito da uomini e gli uomini, lo sappiamo, non sono purtroppo infallibili.

Nulla di paragonabile, invece, a quanto avviene per la narrativa. Perché, e lo sappiamo tutti, se da qui a questa sera io scrivessi in trenta cartelle le prime corbellerie che passano nella mia testa, senza rivederle né altro, troverei già domani alcuni editori disposti a offrirmi un contratto…in cui sono io, alla fine, che pago. Gli editori a pagamento hanno, negli ultimi anni, pubblicato una gran quantità di immondizia (non solo loro, purtroppo…). Su questo siamo tutti d’accordo. Testi non editati, testi zeppi di errori di ortografia, testi che avrebbero necessitato di una profonda revisione sintattica, testi senza senso e lunghi quanto un racconto pubblicato sul web. È anche vero, al contrario, che molti testi di qualità, magari scritti anche bene, restano esclusi dal circuito editoriale più serio, che “nel quadro attuale di mercato non può permettersi di pubblicare opere belle e ben scritte che però, a nostro parere” …venderebbero poco (meglio sarebbe dire che venderebbero troppo poco).

Mi chiedo se la soluzione a queste due distorsioni non potrebbe – forse – essere una soltanto. Non è possibile, cioè, immaginare che come addetti ai lavori si chieda che anche nella narrativa ci siano dei comitati più ampi di quelli esistenti, magari non scientifici ma composti semplicemente da lettori autorevoli? Lettori competenti e appassionati che si incarichino di valutare le opere e, qualora le ritengano valide ma poco appetibili dal punto di vista del mercato (pensiamo per esempio a tanta poesia), aiutino magari l’autore a giungere effettivamente a una pubblicazione senza pagare di suo? Aiutandolo magari a trovare dei finanziatori, degli sponsor? L’obiettivo è la qualità oppure no? Mettiamoci la faccia. Mi chiedo: il governo potrebbe finanziare una specie di agenzia per la cultura che faccia questo lavoro con impegno e trasparenza? Oppure potrebbe farlo qualche investitore privato? Un’agenzia composta da commissioni diverse per gusti e per generi trattati, ma sempre e soltanto di grande autorevolezza? Naturalmente, in questo sistema andrebbero premiati gli editori che si sono mostrati seri nel tempo, e andrebbero invece esclusi quanti negli ultimi anni hanno pubblicato qualsiasi porcheria a fronte di un pagamento o dell’acquisto di copie. Forse non so quel che dico, ma credo che questo – da una parte – restituirebbe credibilità piena agli editori e – dall’altra – aumenterebbe l’affezione del pubblico. Credo, in definitiva, che genererebbe una virtuosa reazione capace di donare vigore al sistema.