Fa bene leggere un libro importante di poesia italiana degli ultimi tempi, Il seme di un pensiero di Beppe Mariano. Dal quale sono tratti i versi qui commentati. Che raccontano di una montagna e della nostra inaggirabile, e inappagabile, nostalgia delle origini.

Ho in faccia il Monviso materno parla del protagonista principale dell’omnia in progress di Beppe Mariano, Il seme di un pensiero. Poesie (1964-2011), uscita con Nino Aragno Edizioni nel 2012. Protagonista anche in assenza, perché si parli di essa o no, è proprio la montagna “magica” evocata nel testo a custodire il seme di un pensiero singolarmente eclettico, ricco di toni e cangianze, qual è quello messo su carta da Mariano in una più che mezzosecolare fedeltà alla parola poetica. Autore di primissimo piano sulla scena nazionale, Mariano è in forte credito di fama e apprezzamento. La sua è una poesia di grande perizia costruttiva: realistica e descrittiva nella sua natura più esterna, è piena nel suo nucleo di controspinte visionarie; allegorizza alla Brecht, e fa convivere le sue allegorie con immaginari favolosi à la Chagall. Giuseppe Conte ha proposto una lettura in chiave mitomodernistica dei versi di Mariano, e la sua è un’intuizione che può colpire nel segno, per la capacità del poeta piemontese di virare in emblema tanto un dato minimo della realtà “oggettiva” e dell’esperienza vissuta, quanto le vicende a loro modo surreali che fanno la storia, per esempio, di una vacca volante.

La poesia contemporanea conosce la dialettica dell’io che ragiona o combatte con sé stesso, si pensi al Sereni di Stella variabile, o tornando indietro all’archetipo di tutte le scissioni letterarie, al je est un autre di Rimbaud. La voce misteriosa che nel buio della notte chiama per nome Sereni in Paura seconda genera un’angoscia che disarma l’io lirico, per farlo armare contro di sé. L’alterità fiera di sé del “fanciullo dalle suole di vento” di Charleville serve per dare scacco matto all’effusione soggettiva: qui Mariano, dal chiuso della sua prigionia trascendentale, tenta di avvicinarsi per via meccanico-oculare al varco che potrebbe dischiudere il senso dell’ascesa a un personalissimo Monte Analogo di simbolica, oltre che fisica, consistenza. E in un rovescio delle prospettive, scandito sulla pagina dallo stacco fra i primi sette e gli ultimi due versi, finisce con il ritrovarsi sdoppiato e invischiato fra le selve inquietanti di una matria metafisica che lo spinge, chiusa nel suo inviolabile segreto, ad auto-perquisirsi.

 

Ho in faccia il Monviso materno.

Lo avvicino col binocolo, cerco in ogni sua ruga

il possibile accesso segreto.

Il sentiero prescelto s’inerpica

tra selve inquietanti gole

contro un cielo presago di neve.

Lungo il suo dorsale sto salendo.

 

Osservato mi sento, perquisito

col binocolo dall’altro me stesso.