Garibaldi: chi era costui? È certamente pessimistica, ma non completamente peregrina, questa domanda. Basti pensare che benché ieri fosse il 210° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi (4 luglio 1807-2 giugno 1882), i nostri giornali hanno preferito concentrarsi sull’Independence Day americano, senza smentire il provincialismo imperante dei nostri media. Pare quasi che nel mondo di oggi, cinico e povero di valori, celebrare un uomo di formidabili capacità e qualità etiche come l’Eroe dei due mondi rischi di essere liquidato come mero esercizio retorico o pensiero banale. Meglio fomentare miti negativi – come quello secondo cui Garibaldi fu un negriero, una sorta di scafista ante litteram (mito sfatato peraltro già anni fa da Phillip K. Cowie, in “Contro la tesi di Garibaldi negriero,” Rassegna Storica del Risorgimento, fascicolo III, 1998, pp. 389-397, ma ancora in voga) – e gettare anche il libertador nel dimenticatoio della storia, perché in fondo anche lui era un politico e, come tutti i politici della storia italiana, certamente disonesto.

Tuttavia, non è di miti anti-garibaldini vecchi e nuovi che voglio trattare. Ciò che invece mi preme sottolineare – ed è questa la ragione per cui ne scrivo nella rubrica ‘Asia, Asie’ – è l’influenza che le idee di Garibaldi, come quelle di Mazzini, ebbero sui movimenti anti-coloniali in Asia e in Africa. Garibaldi, infatti, considerava la libertà un valore preziosissimo ed irrinunciabile, non solo per il proprio popolo, ma per tutti i popoli oppressi. Fu proprio questo messaggio di libertà come valore universale ad ispirare, tra gli altri, i nazionalisti indiani a cavallo tra Ottocento e Novecento. Gli ideali dell’Italia nata dall’epopea garibaldina e il nazionalismo inclusivo e liberale del Risorgimento italiano erano per i leader del movimento anti-coloniale indiano molto significativi perché si adattavano alla situazione della nazione asiatica in fieri. In altre parole, l’Italia pre-unitaria, come l’India unificata per la prima volta sotto l’amministrazione coloniale britannica, era un’entità politica molto eterogenea e frammentaria: per secoli essa era stata suddivisa in stati regionali che poco avevano in comune tra loro; come l’India, poi, anche l’Italia era finita vittima delle mire espansionistiche di altre potenze.

Chiunque volesse elaborare un discorso nazionale per l’Italia sapeva che sarebbe stato assurdo cercare di convincere un abitante di Napoli e un abitante di Milano del fatto che essi condividevano la stessa storia e che avevano lo stesso sangue. Persino la mutua comprensione era molto difficile, dal momento che le lingue parlate a Napoli e a Milano erano due lingue diverse. Tuttavia, nell’ideologia nazionalista formulata durante il Risorgimento, se napoletani e milanesi non erano stati italiani nel passato, potevano diventare tali nel futuro. Era proprio questa la missione politica e morale del nazionalista italiano: formare gli italiani, dando loro una forte motivazione per sentirsi parte della nazione in divenire. Appartenere alla stessa nazionalità significava avere un progetto comune di libertà e di progresso morale e materiale.

Non è difficile capire perché questa forma di patriottismo avesse risonanza nell’India coloniale: esso confutava ciò che i dominatori britannici ripetevano come un mantra, più per convincere se stessi che non gli Indiani e cioè che l’India, priva di elementi oggettivi di coesione, fosse solo un subcontinente frammentato e non potesse quindi aspirare a diventare una nazione.

Perciò, in India, come in altri contesti coloniali, Garibaldi divenne il simbolo di un nazionalismo di stampo liberale, democratico e cosmopolita, basato sulla volontà individuale di partecipare al benessere comune del proprio popolo e capace quindi di unire anche genti che erano state per secoli divise da storia, lingua, religione. Un nazionalismo questo, figlio dell’Illuminismo e dell’età delle Rivoluzioni, che sarebbe stato scalzato dal nazionalismo xenofobo, basato sulla razza e quindi esclusivo e foriero di conflitti.

Forse, riflettere sulla portata globale di Garibaldi e delle sue idee ci aiuta a comprendere meglio questo personaggio che fece la nostra storia e ispirò la storia di altri.

È però con alcune parole dal pugno di Garibaldi ‘uomo’, tratte da Manlio. Romanzo contemporaneo, che voglio concludere. Sono parole che Garibaldi scrisse per la sua barca, la Carmen, che divenne amica, compagna e patria negli anni dolorosi dell’esilio dopo la prima guerra di indipendenza e che lo accompagnò in Asia, fino in Cina e poi attraverso il Pacifico in Perù:

«La nave che io comando è l’amica più cara della mia vita, essa mi ha portato da un continente, dall’uno all’altro oceano, in giro al mondo e dominando la più fiere tempeste. Com’io l’amavo, come andavo superbo di lei quando nelle brezze gentili, galantemente coperta di tutte le sue vele, essa scivola sull’onda, agile come l’alcedine ed assai più graziosa»