Nel brulicare di ricordi e sorrisi per la morte di Paolo Villaggio sorge spontanea una riflessione sul personaggio di Fantozzi, il significato profondo e attuale dell’inetto schiacciato dalla vita, dalla routine, dalla noia e dal non senso.

Personalmente, Fantozzi non mi ha mai fatto ridere. Non troppo, almeno. Non lo considero commedia nel senso che oggi ne diamo, non riesco a beffarmi della figura goffa e patetica di Fantozzi. Di più, non riesco a trovarlo nemmeno catartico, per quei frangenti in cui ognuno di noi si specchia nel povero Ugo. E’, però, un affresco geniale di una borghesia, di una classe media impiegatizia. Un non luogo che esiste ed è terrificante. La geniale contrapposizione tra un quadretto idilliaco (lavoro fisso, casa, automobile, moglie e figlia) e la degradante centrifuga del capitalismo straccione, della collega avvenente come evasione, di una figlia che non è come la vorremmo, di una goffaggine e inettitudine soverchiante, del bullismo divertito di chi è dalla tua stessa parte. L’inetto Fantozzi che non è in grado di uscire dalla sua situazione di disagio, alla quale reagisce con una escalation di sussiegosi inchini al potere.

La letteratura del ‘900 – Fantozzi è prima di tutto letteratura e anche di un certo livello, a prescindere dai gusti personali – ci aveva già offerto il borghese inetto, incapace di vivere la sua vita, di fare le sue scelte. Tutti i personaggi di Italo Svevo, nella trilogia di romanzi che comprende Una Vita, Senilità e La coscienza di Zeno, sono affetti dalla malattia dell’inettitudine. Sono borghesi mediamente istruiti, inurbati, che vivono nell’infelicità di una situazione di mediocrità (piuttosto che di disagio vero e proprio) da cui non riescono a sfuggire. Solo Zeno, dei tre, ha il suo finale di apparente fuga verso la redenzione. L’affresco di una difficoltà che è una vera e propria melma soffocante.

La mediocrità è un tema che anche oggi ci rappresenta. Abbiamo quasi del tutto sconfitto la fame e l’idea della sopravvivenza. Proprio per questo, senza più un motivo di vita pragmatico e terreno, dobbiamo trovare un senso alto per rendere degna la nostra vita. I tre personaggi di Svevo hanno o hanno avuto tutti velleità artistiche. Vi cercavano una gloria, un riconoscimento sociale. Fantozzi non ci prova nemmeno, il calcio e la signorina Silvani sono gli unici sogni dell’uomo mediocre per eccellenza. E il percorso di questa immagine dell’inetto scende sempre di più all’inferno. Oggi l’idea pubblica di realizzazione stigmatizza il vortice in cui cadono milioni di inetti moderni, mentre la percezione di questa malattia latente è bassa.

Non è forse questo uno dei temi della caduta della politica tradizionale? Non è forse vero che, aldilà della crisi, questa ribellione così estesa non è nei numeri economici delle grandi potenze occidentali? Insomma, sotto l’amministrazione Obama gli Usa sono arrivati a un livello di disoccupazione bassissimo, con crescita sostenuta. Anche in Europa, diciamocelo, la fotografia è quella di un inarrestabile progresso tecnologico, di una facilità e comodità nella vita mai raggiunti. La domanda è: sì, ma è ormai sufficiente?

Nel 2005 circa lessi un libro che si intitola Chi mi credo di essere, di Maurizio Costanzo. Un libretto autobiografico con cenni interessanti. C’è un pezzo, di quel libro, che al me quindicenne idealista rimase impresso e oggi, pensando alla dipartita del tragico Fantozzi, mi è tornato in mente. Credo possa, a conclusione di questa piccola riflessione, offrire uno spunto quanto mai attuale. Anche nel personaggio, D’Alema, al quale Costanzo offre una consulenza quasi da spin doctor.

«A questo proposito, una volta chiesi a D’Alema, quando era segretario dei DS, di fantasticare con me: “Prendiamo un condominio di nove piani del Tuscolano, quartiere della periferia romana più grande di Firenze. Esce da quell’alveare, fra i tanti, un uomo; avrà quarantacinque anni, stempiato, sale su una Fiat Punto, va a lavorare, non si può dire che sia allegro ma nemmeno triste. Diciamo che galleggia su una pozzanghera grigia. Ha una moglie e due figli grandini. Lei fa la segretaria nello studio di un avvocato, lui lavora in un ufficio che non ama profondamente, più che altro deve subire il capoufficio con l’alitosi che gli rompe le palle appena può. Quest’uomo finisce il suo turno alle 14, si rifà un altro bel tratto di strada, rientra in casa, dove trova una moglie un po’ sudata che lo informa subito che il figlio ha finito il lavoro da precario e bisogna trovargli qualche altra cosa di più stabile. Poi gli ricorda che la figlia s’è fidanzata con uno strano e che i due si fanno le canne. Lui dunque, per riassumere, ha messo insieme nell’arco di poche ore la levataccia, il traffico, il fiato del capoufficio, i problemi di casa e un pranzo che sa di rancio. In qualche caso il nostro uomo, per svoltare il mese, ha un secondo lavoro e torna a casa solo la sera, stremato. Sceglie allora un programma televisivo nel corso del quale si addormenta russando e ogni tanto sognando il bel culo della vicina di casa del quarto piano che forse un giorno…”».

«Ecco – dissi a D’Alema – se tu non impari a capire cosa c’è nella testa di uno così, che è rappresentativo della maggioranza della gente, non andrai da nessuna parte. Nella testa di uno che, quando sale le scale del condominio, sente l’ odore del cavolo lesso di una vicina e quello di soffritto di cipolla dell’altra. Se non ci si lascia permeare da questo odore di cavoli, dal sentimento della gente comune, si resta nell’astrazione e dunque nel fallimento. Quali sono i pensieri, le speranze, le aspirazioni di questo mio emblematico personaggio? Che cosa sogna? Di andare a letto con Sharon Stone o Michelle Hunziker? Sogna di evadere, di vedersi un giorno spuntare le ali e di volare via dalla finestra? ‘Sto pover’uomo è condannato all’alito cattivo del capoufficio, alla rottura di coglioni dei figli, a una moglie che una volta, non troppo tempo fa, era tanto bella, ma poi si è lasciata andare. E poi un giorno gli dicono: “Vai a votare, è un tuo diritto”… Sì, va bene, ma per chi e soprattutto perché?».