Sabato scorso, passeggiando per Notting Hill, ho incontrato l’inferno. Grenfell Tower, il grattacielo che ha arso vive decine di persone, non era visibile. Ma per strada, ad ogni angolo, sui pali della luce, i volantini con visi giovani e la scritta angosciante “Missing”, sono stati sufficienti a straziare un semplice turista compiaciuto dalla frenetica vita notturna di Londra. L’idea che qualcuno cercasse, indefessamente, persone che si trovavano all’interno della torre e che, diciamocelo, saranno certamente perite nel rogo, è angosciante. Ma le domande esistenziali mi hanno tormentato ancora in questi giorni, leggendo analisi e polemiche, ovunque.

Uno di questi volantini appesi recitava: “Non sarebbe successo in Germania, perché hanno una migliore legislazione sulle costruzioni. Per favore votate in tutte le prossime elezioni. Votare salva vite. Votare e protestare è come funziona il nostro sistema”. Con le elezioni appena svolte e la Brexit aleggiante come una cappa sulla Londra cosmopolita e pro-EU, il dito sembra puntato proprio lì, dove state immaginando. Senza addentrarci nei meandri di una discussione politica che ha radici in decenni di frizioni, credo che questo evento porti con sé degli aspetti simbolici che non possono lasciare indifferenti. Risposte non ne ho, domande tante.

Un volantino anonimo appeso a Londra a seguito della tragedia della Grenfell Tower (foto Matteo di Paolo)

La cosa che salta all’occhio, subito, è l’evidente contraddizione di un palazzo in centro, nella città tra le più care d’Europa (per l’housing, in particolare), fatiscente e popolare. La risposta facile è: costruire case per ricchi, in quella zona, frutterebbe tantissimo e darebbe la possibilità di costruire case popolari (in numero certamente superiore), dignitose, in zone più periferiche. La domanda resta: lo facciamo per dare una casa confortevole a chi ne ha bisogno, evitandogli di vivere in una zona dove non può permettersi nemmeno di bere una birra per i costi esorbitanti oppure stiamo solo cercando di togliere dalla vista dei ricchi e dei turisti il disagio? In fondo, quelle coperture che hanno alimentato il fuoco erano state posticciamente installate per migliorare l’aspetto estetico del grattacielo, non certo per migliorarne le condizioni abitative all’interno.

Non sto cercando di sostenere che non sia un pugno nell’occhio quel palazzo inguardabile nel mezzo delle case basse e lussuose di Kensington. Lungi da me sostenere l’insostenibile. Ma certamente la scelta di asservire un intervento del genere al beneficio esclusivo di chi quel palazzo lo guarda da un rooftop e non di chi ci vive è discutibile. E magari dovremmo riflettere anche sul fatto che esiste una dimensione geografica della sociologia che pone una questione sulla ghettizzazione dei ceti inurbati. In tutte le nostre città, in fondo, la gentrificazione (trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni) avanza rapida dal centro verso la periferia. Inevitabile, evitabile, giusta, sbagliata. C’è una risposta che sia di buon senso e univoca? Non credo. Io non la ho. Ma siamo già molto in ritardo per occuparcene o, almeno, per chiedercelo. Soppesare, capire. Perché d’altra parte viene spontaneo riconoscere che alloggiare in case popolari in centro il cittadino X invece che il cittadino Y è un privilegio ingiusto.

Mi faceva notare un amico che ci sono londinesi, con lavori ben pagati, che sono costretti a emigrare dal quartiere in cui sono cresciuti perché, nel frattempo, è diventato insostenibile acquistarci una casa. Mentre i loro compagni di scuola indigenti vi rimangono, dentro agli alloggi popolari di cui sono assegnatari. Magari trovandosi anche a poterli riscattare e poi rivendere, guadagnandone somme ingenti. Un meccanismo distorto anch’esso.

Questo discorso richiama la questione di avere migliaia di immobili vuoti o abitati solo per piccoli periodi, acquistati da miliardari arabi per cifre folli, desertificando interi quartieri e mandando alle stelle i prezzi di tutte le zone della città. Anche qui sul piatto della bilancia c’è la ricchezza di una città che, anche grazie a questi investimenti, può dare prosperità e benessere a molti e, dall’altra parte, il venir meno di una vera e propria comunità che si sfalda e diviene una semplice vetrina. A Roma, invece che gli arabi ha potuto Airbnb che ha dato la possibilità a tutti di affittare i propri immobili, contribuendo allo spopolamento finale dei vicoli dei rioni del centro.

Pieno diritto, a tutti, di fare dei propri immobili quello che vogliono. Chiaro che dispiaccia, dall’altra parte, che venga meno il senso ultimo di una città viva che diventa, nel caso di Roma, una città museo. Museo che, peraltro, ha beneficiato di quell’aria creata dai romani che la abitano. Se scompaiono i romani, Roma cosa diventa?

Chi scrive ha una incrollabile fede liberale, crede nel libero mercato, nello sviluppo capitalista come unica via al benessere di tutti, nel modello di welfare europeo. Quello che mi lascia perplesso è la dogmaticità, quando si tratta di alcuni temi, che porta ad una analisi univariata che finisce per ideologizzare argomenti che sono prettamente pratici. Il caso inglese, in un certo senso, è emblematico di una totale e cieca fede in un modello di sviluppo di breve termine e, forse, leggermente miope. E di una mancanza totale di attenzione alle dinamiche sociali, dinamiche che non fanno da contraltare allo sviluppo economico ma sono una condizione necessaria seppur non sufficiente allo sviluppo di lungo termine di un paese.