Nel dicembre 2014, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 21 giugno ‘Giornata internazionale dello Yoga’. La decisione è stata presa da 177 paesi sui 193 membri dell’Assemblea generale che hanno accolto la proposta avanzata dal primo ministro indiano Narendra Modi poche settimane prima. Modi aveva promosso lo yoga come “dono inestimabile dell’antica tradizione indiana [che] rappresenta l’unione di mente e corpo, pensiero e azione, auto-controllo e realizzazione. Esso è armonia tra uomo e natura ed ha un approccio olistico alla salute e al benessere. Lo yoga non è solo un esercizio fisico, ma ha a che vedere con lo scoprire che noi, il mondo e la Natura siamo una cosa sola. Attraverso il miglioramento del nostro stile di vita e la creazione di maggiore consapevolezza, lo yoga ci può aiutare ad affrontare il cambiamento climatico […]”.

Non sorprende che la decisione dell’organo istituzionale dell’Onu sia stata accolta con grande entusiasmo nel mondo occidentale. Da qualche anno, infatti, sull’onda non solo della moda spiritual-salutistica, ma anche dell’intramontabile fascination de lOrient, lo yoga è un’attività molto gettonata. Presentato a volte come mero esercizio fisico, altre volte rivisitato alla luce di una spiritualità usa e getta, più raramente insegnato in modo serio e rispettoso, lo yoga sta diventando un bene ferocemente mercificato e sempre più elitario. Esso, in sostanza, è oggetto di un processo di appropriazione culturale e, di conseguenza, le sue origini e il suo significato più profondi vengono spesso ignorati, o quantomeno stemperati, dalla tendenza mainstream, propensa a banalizzare per antonomasia.

Ma oltre agli aspetti filosofici e religiosi, vari sedicenti yogi o aspiranti yogi non sembrano curarsi di altri risvolti della Giornata internazionale dello yoga. Essa, infatti, non rappresenta solo un importante riconoscimento del potere culturale – il cosiddetto soft power – dell’India. Lo Yoga Day è anche – e soprattutto – legato a questioni squisitamente politiche.

Non bisogna dimenticare che affermare – come ha fatto Modi – che l’antica pratica dello yoga affonda le sue radici nella tradizione indiana è improprio, dal momento che essa costituisce una delle sei principali scuole filosofiche della religione indù. Affermazioni di questo tipo, tuttavia, non sono casuali: al contrario, esse sono funzionali a promuovere l’Hindutva, ovvero l’ideologia nazionale del Bharatiya Janata Party (BJP, Partito Popolare Indiano), il partito di Modi al potere dal 2014, secondo cui gli indiani veri sono gli indù. In altre parole, lo yoga, presentato come un’attività laica, praticata in tutto il mondo da  membri di tutte le religioni, è uno strumento sicuro per favorire la visione dell’induismo politico che identifica l’appartenenza alla religione indù con l’appartenenza alla nazione indiana. La disciplina fisica e mentale alla base dello yoga, poi, si combinano bene con i principi dell’organizzazione di estrema destra Rashtriya Swayamsevak Sangh, (RSS, Organizzazione Nazionale dei Volontari), sorta di braccio militare del BJP, dalla cui fila proviene il primo ministro indiano.

Insomma, in India lo Yoga Day non ha suscitato la stessa ondata di entusiasmo che ha ricevuto in altri paesi, né ha portato armonia. Vari gruppi religiosi, musulmani e non solo, si sono opposti all’evento – in particolare alla sequenza del surya namaskar (saluto al sole), legata al rituale indù – percepito come imposizione di valori culturali alieni alle religioni non-indù, mentre l’opposizione – forse non a torto – ha parlato di panem et circenses e di spreco di denaro pubblico in un paese dove due terzi della popolazione sono poverissimi. Le reazioni da parte di alcuni sostenitori dell’evento sono state incendiarie: l’attuale capo ministro dello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath, per esempio ha dichiarato che tutti coloro che si oppongono al saluto al sole (musulmani, cristiani e tanti a altri) meritano di annegare in mare.

Sebbene la sequenza sia poi stata rimossa dal programma dell’evento internazionale, il governo non sembra essere troppo preoccupato dal fatto che incoraggiare lo yoga possa urtare la sensibilità delle minoranze. In alcuni stati, infatti, lo yoga è materia di studio nelle scuole pubbliche, mentre il surya namaskar è stato introdotto come pratica quotidiana. Nelle scorse settimane, inoltre, il Ministero delle yoga e delle medicine tradizionali ha pubblicato una serie di consigli per le donne incinte che hanno suscitato disapprovazione dal momento che, oltre a rifarsi a un’idea retrograda della donna, sembrano voler malcelatamente diffondere l’idea che uno stile di vita, per essere sano, debba conformarsi a principi indù.

Se si tiene conto del movimento di protezione della vacca sacra, degli attacchi alle minoranze, della crescente credibilità che figure religiose indù stanno acquisendo a livello politico, delle iniziative finanziate dallo stato di riportare alla luce il Saraswati, fiume mitico menzionato nel Rigveda, non è difficile convincersi del fatto che la promozione dello yoga sia solo un aspetto di un progetto nazionale tanto imponente quanto inquietante.