Leoni da tastiera: questa definizione calza a pennello per i numerosi, agguerriti utenti della rete che si esprimono con sfacciataggine, aggressività e violenza. Quella tastiera che si frappone tra mittente e destinatario della comunicazione sembra essere uno scudo infrangibile, capace di regalare a chi ne fa utilizzo un coraggio – quello del leone, appunto – altrimenti impensabile.

Nel calcio, tanto per fare un esempio, sono sempre esistite le chiacchiere da bar. Chiacchiere appunto, che a volte rischiano di sfociare in diverbi e addirittura e nel confronto fisico, ma col deterrente della conseguenze delle proprie azioni ad impedire il più delle volte risvolti negativi.

Nel nostro tempo che sembra aver delegato i rapporti umani ai social network, le forme e i modi della comunicazione sono completamente cambiati. Per rimanere al mondo del pallone, il caso Donnarumma fa scuola. Gianluigi ‘Gigio’ è il diciottenne portiere del Milan e della nazionale under 21 che qualche giorno fa ha annunciato la sua volontà di lasciare i rossoneri. Questa decisione ha fatto precipitare il giovane calciatore dalle stelle dell’adorazione dei tifosi alle stalle della rabbia incontenibile per aver tradito la maglia alla quale pareva aver giurato eterna fedeltà. Nota bene: in questa circostanza mi voglio limitare a prendere spunto da questo caso senza pretendere di dare giudizi sul singolo caso e tanto meno sul mondo del calcio. La mia incredulità nasce piuttosto nel leggere i post e i commenti agli articoli dei quotidiani, sportivi e non, postati sui social network: tra di essi si ritrovano con frequenza termini come ‘traditore’, ‘venduto’ e ‘bambino viziato’, che difficilmente rivolgeremmo con altrettanta facilità a chi ci sta davanti.

L’ondata di rabbia, giustificabile solo in parte dall’amarezza di aver perso un campione nel suo ruolo e dalle torbide dinamiche che spesso avvolgono questo settore, è impressionante. Chi accetta il ruolo di personaggio pubblico deve mettere in conto la possibilità di ricevere critiche, ma la violenza verbale è un’altra cosa. Sono molte le celebrità che hanno deciso di lasciare i social media per via degli insulti ricevuti in rete, ma l’oblìo digitale (almeno parziale) è un’opzione a cui sempre più persone normali fanno ricorso per via di esperienze negative sui social e sui forum.

Stando al rapporto Online Harassment, Digital Abuse, and Cyberstalking in America report, un cittadino degli Stati Uniti su due ha subìto una qualche forma di molestia in rete, e sette su dieci ne sono stati testimoni. La conseguenza per essere stati oggetto di questi comportamenti è il fastidio (83%), la rabbia (68%), la preoccupazione (38%) e il terrore (22%). Solo un utente su tre dichiara di non curarsi di eventuali offese o minacce ricevute online. A seguito degli abusi il 20% dichiara di aver dovuto cancellare uno o più dei propri account, mentre la stessa percentuale ritiene che la propria reputazione ne sia uscita in qualche modo danneggiata.

È esattamente quello che è capitato ad Alfredo Mascheroni, ventiquattrenne di Parma, che da un giorno all’altro si è visto additare come pedofilo a seguito di una vera e propria truffa, circolata in maniera virale a seguito di una catena di Sant’Antonio mediatica. A seguito della bufala che si è diffusa con una rapidità impressionante, Alfredo si è visto ricoprire di insulti e minacce, ma ha avuto la forza e la lucidità di reagire combattendo la battaglia sui social affinché emergesse la verità sulla questione.

Il banner con cui Alfredo Mascheroni ha tentato di difendersi dalle accuse di pedofilia

Non è una puntata di Black Mirror ma la realtà: proprio come lui ognuno di noi può rimanere vittima di un episodio del genere. Per il solo fatto di avere un account e avere espresso un’opinione, o magari semplicemente una frase o un commento infelici, rischiamo di vederci piombare addosso valanghe di insulti e minacce. Una delle cause di questo fenomeno è sicuramente l’invidia sociale, non per niente nel caso di Donnarumma molti commenti fanno riferimento allo stipendio del calciatore, in virtù del quale avrebbe dovuto sentirsi legato a vita alla società rossonera. Ma non basta.

Le nuove tecnologie stanno impattando profondamente sulle modalità di relazione umane, anche attraverso il recupero di un’istintività e aggressività che pensavamo di aver messo in soffitta. Per contro i nuovi mezzi di comunicazione hanno stravolto il concetto di privacy: se pubblico un immagine o un commento senza applicare le dovute restrizioni, questo è potenzialmente visibile da tutta la comunità online, perciò non è esagerato affermare che, in senso lato, siamo tutti siamo ormai dei personaggi pubblici, e in quanto tali passibili di giudizio, critica, attacco personale.

La riflessione più interessante (e preoccupante) riguarda però il futuro di questo tipo di società digitale, nella quale la virtualizzazione dei rapporti umani non si limita a minacciarne la stessa esistenza, ma diventa anche humus per il prosperare di violenza verbale e non. E trasforma nella giungla più violenta quel luogo che speravamo di coltivare come l’apice della civiltà.