Quando pensiamo alla violenza religiosa, è assai probabile che la nostra mente non richiami immediatamente il buddismo, una religione a lungo concepita come intrinsecamente pacifica. Sarà infatti con qualche difficoltà che potremo associare al buddismo fenomeni quali la violenza e la militanza aggressiva, questo anche a causa del punto di vista vagamente orientalista e stereotipato con cui ancora si tende a guardare alle molteplici realtà dell’Asia. È infatti probabile che si realizzi una sorta di dissonanza cognitiva, nel momento in cui cerchiamo di immaginare un monaco, avvolto dalle sue rassicuranti vesti color zafferano, abbandonare lo stato contemplativo per seminare odio settario o addirittura guidare un assalto armato a una moschea.

Eppure, proprio i monaci buddisti sono i protagonisti di un fenomeno, noto come nazionalismo buddista, che, pur affondando le proprie radici in epoca coloniale, è recentemente assurto alla cronaca a causa di episodi veri e propri di violenza accaduti in paesi quali lo Sri Lanka, il Myanmar e la Thailandia. Questi stati, sebbene differenti sotto molti aspetti, sono tutti popolati da società a maggioranza buddista theravada, dove i monaci hanno tradizionalmente goduto di un notevole prestigio sociale. Tutti e tre paesi sono poi caratterizzati da situazioni politiche di transizione e incertezza – si pensi alla recente democratizzazione del Myanmar, all’ultimo colpo di stato militare in Thailandia o all’uscita dalla guerra civile dello Sri Lanka. Queste circostanze hanno in qualche modo alimentato una rielaborazione dei parametri che definiscono l’identità nazionale, creando uno spazio in cui le istanze del nazionalismo buddista sono andate affermandosi.

Questo fenomeno ha poi assunto proporzioni allarmanti, soprattutto in Myanmar, dove è in corso una vera e propria pulizia etnica ai danni della comunità musulmana rohingya. Il Myanmar è certamente il paese dove il nazionalismo buddista ha acquisito una maggiore legittimità. Qui il monaco Ashin Wirathu, fondatore del movimento 969, si è curiosamente auto-proclamato il “Bin Laden birmano” e sparge con efficienza i semi dell’odio settario anche grazie a mezzi digitali quali Facebook e Youtube. Nello Sri Lanka, invece, il successo del buddismo estremista  è stato promosso principalmente dal gruppo Bodu Bala Sena (brigata del potere buddista), autore nel  2014  della carneficina di Aluthgama.

Il nazionalismo buddista non è altro infatti che una forma aggressiva di militanza religiosa xenofoba, che bersaglia le comunità di minoranza, in particolare quella musulmana, attraverso atti di violenza e una velenosa propaganda mirata a diffondere degradanti stereotipi islamofobi. Nella retorica propria del nazionalismo buddista, la fede gioca un ruolo fondamentale nel definire i criteri di appartenenza alla nazione, sovrapponendo il concetto di religione a quello di etnia. Di conseguenza, i membri di confessioni religiose diverse da quella maggioritaria, diventano nemici della nazione e come tali sono perseguitati.

Tale idea non pare invero trovare alcun riscontro concreto nella realtà, se si pensa che le comunità islamiche di Myanmar, Sri Lanka e Thailandia costituiscono non più del 10% della popolazione totale all’interno di ciascun paese e non hanno dato alcuna dimostrazione di tracotanza settaria. Tuttavia, ciò non è bastato a impedire ondate di selvaggia violenza ai danni della popolazione, delle proprietà e degli edifici di culto musulmani. Nemmeno un principio chiave del buddismo, quale quello della “non violenza”, è parso ostacolare l’aggressività dei buddisti radicali. Questi traggono infatti dall’antica mitologia –dove l’uccisione di infedeli si configurava come un mezzo legittimo per proteggere la comunità- la propria giustificazione e la connessione con le aspirazioni del buddismo estremista del presente.

Quest’ultimo deve però il suo successo principalmente alla precisa volontà di alcuni esponenti politici, che hanno talvolta tratto beneficio dalle mobilitazioni religiose messe in atto dai monaci. Ciò è particolarmente evidente nello Sri Lanka, dove l’ex presidente Mahinda Rajapaksa aveva compattato la propria base elettorale proprio su istanze religiose ed etniche. In Myanmar, dove il favore del clero è divenuto un elemento chiave all’interno del nuovo contesto democratico, la classe politica, compresa la stessa Aung San Suu Kyi, ha dimostrato di essere molto disponibile nei confronti del nazionalismo buddista, arrivando a promulgare un pacchetto di leggi per la “protezione della razza e della religione”. Ed è proprio quando il fanatismo religioso si combina con le aspirazioni della politica che assurge la pericolosa visione monolitica della nazione.