Ho letto diverse recensioni a Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Manni, 2016) e devo dire che mi ha stupito la lettura fin troppo intimista e personale che i recensori – il più delle volte – ne han fatto. Non mi ha invece stupito notare – seguendo la loro scrittura indugiante – la fatica che hanno fatto per recensire un libro così complesso; vale a dire dotato di innumerevoli chiavi di entrata e di poche chiavi d’uscita, questo sì, perché nelle sue pagine finali Rollo finalmente riconduce il suo libro a una dimensione tragicamente individuale e “formante”. È come se lo stesso Rollo avesse a lungo indugiato fra lo stile e la forma del saggio e lo stile e la forma del romanzo, e in particolare di quello autobiografico.

La scrittura di Rollo è finalmente alta e complessa (se ne vedono pochi, oramai). Forse non è sempre piacevole, ma questo è probabilmente dovuto alla ricerca esasperata di una fedeltà nel racconto: nel racconto di una vita – e di molte vite – e di una città che era molte città. Eppure, dicevo, mi ha stupito l’incapacità di alcuni recensori di andare oltre il piano del racconto intimo (che pure c’è, naturalmente), perché al contrario ho la pretesa di pensare ch’egli volesse sì raccontare “la sua educazione”, oltre a una generica “educazione milanese” (e forse anche affrontare un trauma tremendo che fatica a passare), ma che volesse certo anche scrivere un saggio culturale, sociologico e politico sulla città di Milano. E devo dire che da questo punto di vista Rollo ha saputo fornire non poche risposte. Ha infatti scritto uno dei pochi libri capaci di raccontare la trasformazione avvenuta a Milano, e lo ha fatto con un linguaggio nuovo e diverso. In particolare, mi pare che ne abbia ben descritto le fasi di conflitto e “rivolta”, oltre a quel che Milano – a noi milanesi – ci ha dato e ci ha preso.

Come ricordavo in un libro pubblicato alcuni anni fa, e citando Edoardo Bressan, Milano è la città in riferimento alla quale Eric Hobsbawm aveva sottolineato l’assenza del mob, forma endemica di ribellismo delle città europee. Non proprio di una mancanza si dovrebbe parlare, ma della presenza di un conflitto sociale che raramente si è risolto in fiammate estemporanee di contrapposizione. Estemporanea sembra essere stata la rivolta degli amici di Rollo, che un pezzo per volta – e in modi molto diversi fra loro – prima o poi sono tornati ai propri ranghi di classe. E infatti, nel lungo contesto della conflittualità milanese, il lettore avverte tutta la perifericità del conflitto raccontato nel libro, per quanto bello ed intenso.

Non si perde mai la sensazione, leggendo Rollo, che quello lì descritto fosse semplicemente un pezzetto di un conflitto che lui e i suoi amici non hanno saputo penetrare davvero: era colto, quel loro conflitto, era affascinante e grandioso, se si vuole, ma era pur sempre – appunto – periferico:

«Al di là della tensione genericamente politica, quella necessità di trasformazione era vincolante come una preghiera: i primi a volerla abbattere erano nati dentro quella classe, la conoscevano, e vi sarebbero ritornati, con diversi livelli di consapevolezza» [p. 183]

Semplicemente, a Milano sembra aver avuto la meglio una rete politica e sociale decisamente più antica e radicata, capace di risolvere in una dimensione propositiva il conflitto, migliorando al contempo le condizioni sociali nel loro complesso. Il fatto che Rollo e suo padre solo raramente trovassero un linguaggio politico comune sembra la dimostrazione di quanto sto cercando di dire. È come se le grandi correnti di pensiero del Novecento (quella socialista, quella cattolica, quella genericamente proletaria e comunista) abbiano a Milano trovato momenti di espressione, per esempio nelle giunte, capaci di farle dialogare proficuamente tra loro – benché non sempre in modo non conflittuale – oltre che con le diverse e molteplici facce della cosiddetta società civile, anche nelle loro componenti più radicali. Le diverse posizioni, anche quelle molto lontane tra loro, hanno spesso dato l’impressione di voler convergere verso un obiettivo comune che potesse diventare un fattore condiviso di miglioramento sociale.

Come ben mostra anche il racconto di Rollo, e la sua stessa parabola esistenziale, a far sì che questo avvenisse hanno contribuito un elevato tasso di occupazione e una mobilità sociale unica in Italia, oltre a un reddito decisamente elevato (rispetto alla media italiana) e dunque a un elevato livello dei consumi, anche culturali. Fin dall’immediato dopoguerra, mentre Milano ricostruiva la propria economia sostenuta da una fortissima industria meccanica che, con oltre 145.000 addetti, distanziava enormemente per occupazione gli altri settori dominanti, poteva intuirsi la crescita quasi «isolata» del capoluogo lombardo, che ampliava rapidamente la distanza tra la ricchezza dei propri cittadini e quella dei cittadini delle altre province italiane. Già con gli anni Sessanta, però, iniziò a contrarsi l’occupazione nell’industria, progressivamente sostituita, nel suo ruolo di perno dell’economia, da attività come il credito o i servizi alle imprese.

Le attività industriali in qualche caso scomparivano e in altri si spostavano nel territorio provinciale e poi, a partire dagli anni Settanta, verso altre aree geografiche nel mondo. La drammatica contrazione dell’occupazione registrata nei settori industriali (nell’industria meccanica si passò da 187.994 addetti nel 1961 a 69.345 nel 1991) non portò tuttavia alla creazione di deserti postindustriali, come stava accadendo altrove, ma alla parziale trasformazione di queste figure di operai espulse dal ciclo produttivo in figure artigianali, imprenditoriali o libero-professionali: è lo stesso percorso che sembra aver compiuto il padre di Rollo.

Benché quelle trasformazioni il più delle volte non abbiano raccontato storie di successi, certo hanno mostrato che la città era in grado di attivare risposte diverse a una situazione potenzialmente drammatica. Alle energie dei milanesi, inoltre, si erano storicamente aggiunte quelle di una intera generazione di immigrati determinati a migliorare le proprie condizioni di vita. I desideri dei milanesi, dunque, si conciliavano e si sposavano con quelli dei neo-milanesi immigrati:

«La certezza che Milano mi ha voluto – scrive Rollo – che appartenevo ai suoi sobborghi. Al suo popolo. E Milano mi ha voluto» [p. 9]

Eppure, la situazione sembra essere cambiata dopo la disarticolazione del complesso produttivo lombardo. Unita a una crescente instabilità lavorativa, la dispersione territoriale dell’industria ha di fatto azzerato la capacità, da parte del mondo operaio lombardo, di produrre conflitto a partire da un’idea di sviluppo altra e diversa, e da un’altra e diversa idea di lavoro. Tale situazione ha spezzato l’equilibrio conflittuale di cui si stava scrivendo, finendo col costituire un vero e proprio freno – speriamo non definitivo – allo sviluppo omogeneo e integrante di questa città.

Non so se questo Rollo lo ha visto, ma io spero che me lo faccia sapere.