Sono trascorse solo poche settimane dal tragico attacco sferrato il 24 aprile scorso dai ribelli maoisti contro le forze di sicurezza indiane nel distretto di Sukma, una delle zone maggiormente coinvolte nei violenti scontri tuttora in corso tra i guerriglieri di estrema sinistra e i paramilitari nello stato del Chhattisgarh, nell’India centrale, il cui territorio è stato identificato negli ultimi anni come il nuovo epicentro dell’insorgenza maoista nel paese. La recente offensiva organizzata dai ribelli ha colto di sorpresa il personale della Central Reserve Police Force (CRPF) che stava presidiando i lavori di costruzione di un’arteria stradale nell’area di Chintagufa-Burkapal causando venticinque morti e la perdita di un ingente quantitativo di armi e munizioni da parte dei paramilitari.

Il modus operandi adottato dai guerriglieri in questo specifico episodio non è sicuramente nuovo agli osservatori del movimento maoista: da tempo, infatti, i progetti di sviluppo stradale promossi con rinnovato vigore nei maggiori teatri del conflitto sono diventati uno dei principali bersagli delle aggressioni militari dei ribelli, soprattutto in distretti come quello di Sukma, nella regione del Bastar meridionale, dove tali azioni di sabotaggio mirano ad arrestare l’avanzata delle forze di sicurezza negli ultimi territori roccaforte degli insorti appartenenti al  partito extraparlamentare Communist Party of India Maoist – CPI (Maoist).

Tuttavia, è dal 2010 che le forze di sicurezza impegnate da decenni nella lunga lotta contro i maoisti non subivano un attacco così grave e come accadde sette anni fa, in occasione degli eventi di Chintalnar (Dantewada), sempre in Chhattisgarh, che portarono all’uccisione di circa 75 CRPF jawan in una sanguinosa imboscata orchestrata dai guerriglieri, in India si torna nuovamente a discutere della mancanza di un efficace approccio capace di rispondere in modo adeguato a uno dei conflitti interni a bassa intensità più resilienti del paese. Secondo un canovaccio già scritto e una retorica ormai consolidata che si ripete all’indomani di ogni importante sconfitta ricevuta dallo stato indiano nel logorante confronto armato con i ribelli maoisti, il ministro dell’Interno dell’Unione, Rajnath Singh, ha reagito promettendo sin da subito di intensificare la presenza delle forze di sicurezza in una zona già oltremodo militarizzata del paese. Inoltre, l’8 maggio, ha convocato a New Delhi ministri, ufficiali militari, funzionari governativi e chief minister degli stati interessati dal cosiddetto fenomeno del left wing extremism, nell’intento di riformulare le strategie di controinsorgenza finora seguite dal governo nel combattere questa guerra d’attrito di lunga durata, diventata negli anni estremamente complessa e stratificata.

L’incontro d’alto profilo si è però concluso con una serie di slogan che hanno ribadito ancora una volta la necessità di contrastare l’insorgenza maoista sul doppio fronte della sicurezza e dello sviluppo, attraverso un approccio integrato che sappia limitare nel tempo l’influenza dei ribelli nelle zone dell’India centrale e orientale sotto il loro controllo, dove un diffuso disagio socio-economico e un basso indice di sviluppo umano continuano ad alimentare l’insorgenza. Sebbene il governo indiano affermi da anni di muoversi secondo questa linea d’azione, descritta in dettaglio nei vari rapporti annuali pubblicati dal Ministero dell’Interno, diversi analisti ed esperti di sicurezza interna continuano a rimanere critici e sottolineano non solo il persistere di sistematici errori tattici e di significative carenze strutturali nell’apparato logistico e di intelligence, ma anche l’assenza di una strategia coerente in un contesto in cui, in mancanza di direttive chiare definite dal governo centrale, ogni stato a presenza maoista si trova a dover affrontare il fenomeno sulla base di valutazioni ad hoc dettate da situazioni di emergenza contingente. Va da sé che, a fronte di tali considerazioni, il tentativo del ministro Rajnath Singh di riassumere nell’acronimo “SAMADHAN” (qui spiegato: http://pib.nic.in/newsite/AdvSearch.aspx) i principi guida  da adottare all’indomani del drammatico incidente di Sukma non può che rimanere un vuoto esercizio di retorica.

Diffusione del conflitto maoista in India, 2017. Fonte: South Asia Terrorism Portal – SAPT (www.sapt.org)

Pertanto, a esattamente cinquant’anni dall’inizio del movimento maoista in India, risalente ai fatti innescati dalla celebre rivolta rurale avvenuta a fine maggio del 1967 nel distretto di Naxalbari (West Bengal), continua a mancare nelle azioni governative, a livello sia centrale sia statale, un orientamento volto a spingere il conflitto verso un effettivo processo di trasformazione di natura più che altro politica. Questo passo sarà possibile solo se si abbandonerà un approccio definito, nei fatti, in termini prevalentemente militari, a favore di maggiori possibilità di dialogo tra le autorità e i ribelli.

Un impiego costante e sistematico di tale strumento non potrà che smuovere l’attuale fase di stallo caratterizzata da una situazione di violenza ordinaria e di apparente intrattabilità, soprattutto in Chhattisgarh, il principale fulcro operativo del braccio armato People’s Liberation Guerilla Army (PLGA) del CPI (Maoist), dove le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte nel conflitto rimangono fragili e precarie. È innegabile che, ad oggi, il dibattito pubblico circa il movimento maoista in India si sia dimostrato particolarmente divisivo, a causa non solo dei principi ideologici che lo guidano, ma anche delle questioni morali ed etiche che inevitabilmente emergono nei casi di lotte armate prolungate, in cui il protrarsi del coinvolgimento delle parti in frequenti scontri, spesso di una brutalità estrema, rende difficile uno sguardo che vada oltre alle dinamiche di violenza.

Ciò nonostante, il semplice fatto che in India questa insorgenza sia riuscita a sopravvivere per cinque lunghi decenni nella zona centrale del paese, in un confronto del tutto asimmetrico con lo stato, dotato di forze militari ben superiori ai mezzi a disposizione dei ribelli, invita a una riflessione più ampia sul ruolo giocato negli anni dal movimento maoista nel panorama politico indiano, nonché sull’efficacia delle misure di sicurezza interna finora adottate nell’arginare un conflitto di matrice socio-economica radicato in problematiche di giustizia sociale. A tale proposito, è bene ricordare che le diverse fasi di espansione e di contrazione attraversate in un arco temporale così ampio non hanno impedito al movimento di mantenere un proprio traino ideologico e di svilupparsi in un’entità politica e militare altamente strutturata, soprattutto a partire dagli anni ’90, in concomitanza con l’avvio del processo di liberalizzazione dell’economia indiana.

Sarebbe tuttavia errato pensare che i ribelli di estrema sinistra indiani rappresentino una forza dalla natura monolitica: le dinamiche di mobilitazione e di resistenza armata che caratterizzano questa insorgenza sono infatti estremamente eterogenee e variano a seconda degli specifici contesti locali in cui si è diffusa negli anni attraverso l’azione di vasto numero di gruppi, tra i quali il CPI (Maoist), costituito nel   2004, risulta essere l’attore più influente nel determinare le sorti del complesso fenomeno del left wing extremism in India negli ultimi decenni.

Il conflitto maoista dell’epoca più recente ha quindi subito una profonda trasformazione rispetto al periodo delle lotte contadine per la ridistribuzione della terra emerse in West Bengal e in Andhra Pradesh alla fine degli anni ’60. Nonostante le severe perdite subite dai ribelli a seguito delle ultime operazioni militari, oggi la presenza del movimento maoista rimane consolidata soprattutto nelle aree orientali e centrali del paese, in un territorio caratterizzato da un’alta concentrazione tribale e da un’elevata densità di risorse minerarie e forestali.

Queste zone geografiche, in cui convergono lotta armata, sfruttamento delle risorse e questione del diritto alla terra della popolazione tribale, corrispondono a regioni periferiche, storicamente lasciate ai margini dello sviluppo socio-economico del paese. Solo di recente hanno cominciato a rivestire un’importanza strategica per la crescita economica dell’India, nel contesto delle politiche di riforma di stampo neoliberista che dagli anni ’90 hanno portato a un graduale processo di integrazione dell’India nell’economia globale.

Ed è proprio il modello di sviluppo perseguito negli ultimi decenni dall’India a fornire la prospettiva attraverso cui la resilienza del movimento maoista acquista rilevanza nel quadro politico attuale. Sebbene questa insorgenza venga spesso descritta come un paradosso della democrazia indiana, non si può ignorare il fatto che la rigida ideologia sposata dai ribelli  abbia curiosamente fornito, pur con i suoi limiti, un potente strumento di mobilitazione delle fasce più svantaggiate della popolazione, generando un discorso alternativo in merito al percorso di democratizzazione del paese e al paradigma economico sostenuto dal governo indiano.

Sebbene la progressiva degenerazione del movimento maoista in un conflitto altamente militarizzato abbia limitato l’azione dei ribelli in uno spazio d’opposizione extra-parlamentare, il suo corso continua a rimanere intrecciato alle attuali dinamiche di resistenza che su larga scala pongono in relazione cambiamenti sociali, protesta politica, globalizzazione e democrazia nelle società contemporanee.