Uno dei miei aneddoti preferiti riguarda Kennedy e racconta che il presidente, visitando la  NASA, visto un inserviente con una scopa in mano gli si avvicinò e chiese cosa stesse facendo. L’inserviente rispose: ”Signor presidente, sto aiutando a portare un uomo sulla luna”

Mark Zuckerberg ha recentemente citato questa storiella all’interno del suo Discorso ai laureati di Harvard della classe 2017, tenuto il 25 maggio scorso. Il fondatore di Facebook ha anche ricevuto la laurea Honoris Causa dall’università che l’aveva visto alunno dieci anni fa ma che, avendola lasciata per lanciare Facebook, non l’aveva mai visto laurearsi.

Quello pronunciato da Zuckerberg è un vero e proprio manifesto generazionale, per molti uno dei tasselli di una lunga campagna elettorale per il 2020. A prescindere dalle implicazioni pratiche, si tratta di una pietra miliare nel dibattito sull’evoluzione della società moderna. Zuckerberg richiama i suoi coetanei:

E’ il nostro tempo per definire un nuovo contratto sociale per la nostra generazione

delineando tre pilastri: impegnarsi in progetti di impatto per tuttiridefinire il concetto di uguaglianza al fine di dare a tutti il modo di trovare uno scopo nella vita, creare comunità. Colui che è considerato il Caronte per eccellenza della transizione del mondo reale per come lo abbiamo conosciuto al mondo virtuale che immaginiamo per domani, rimette al centro l’uomo e la sua interazione sociale, il suo scopo profondo, il senso di connessione umana.

Per prima, la necessità di trovare progetti di impatto sociale che diano un obiettivo alla nostra generazione: connettere i grandi sforzi collettivi del nostro tempo (lo sbarco sulla Luna ieri, sconfiggere una malattia o salvare il pianeta dal riscaldamento globale oggi) con l’intento profondo di sentirsi parte di una battaglia condivisa. L’aneddoto su Kennedy arriva, nel discorso di Zuckerberg, a dare una immagine umana a queste parole. Parole in cui, ancora, il mondo virtuale che il ragazzo americano sta collaborando a creare intorno a noi rimane mezzo e non fine, mezzo per raggiungere obiettivi prima irraggiungibili ma che nascono dalla volontà collettiva di ingaggiare battaglie umane, umanissime. Cita, ad esempio, le potenzialità che intelligenza artificiale e i big data, insieme alla tecnologia diagnostica, garantiscono alla prevenzione nel campo sanitario.

Il punto centrale è invece ridefinire l’uguaglianza come la libertà di ognuno di ricercare il proprio scopo: un concetto che accompagna la corsa all’efficienza dell’intelligenza artificiale, portando il senso dello scopo profondo che definisce la ricerca della felicità dell’essere umano oltre il concetto di posto di lavoro. A tal proposito si cita il reddito di cittadinanza come cuscino di sicurezza che dia la più grande libertà: quella di provare senza preoccuparsi di sbagliare. Questo è l’aspetto più interessante e, ovviamente, quello che ha guadagnato più spazio sulle news di tutto il mondo.

La visione di un mondo in cui tutti hanno potenzialità e spazio, opportunità, per raggiungere uno scopo ultimo superiore che non sia lavorare fine a se stesso o combattere per sopravvivere ha un fascino millenario. L’allargamento e l’universalità di questo principio, un privilegio che esca dalle corti seicentesche e dai palazzi di Londra e arrivi nelle favelas di Rio de Janeiro. A primo impatto sembra una boutade da fighetti della Silicon Valley.

A ben riflettere, la domanda da porsi è semplicemente: l’avanzamento tecnologico sarà così veloce e dirompente? Se lo fosse, quello che vaticina Zuckerberg potrebbe non essere altro che un dopodomani non troppo lontano. Certamente, il senso escatologico che Zuckerberg dà al reddito di cittadinanza, uno strumento che punti a dare ausilio all’uomo nel suo percorso verso la realizzazione ultima, è l’unico che pare avere un ampio respiro e una visione di lungo termine che non sia la riproposizione di principi assistenzialistici.

A chiudere e a riconnettere i primi due pilastri arriva l’invito a ricreare una comunità locale, estesa, ramificata. Un senso di comunità che è esso stesso ricerca di un senso e di uno scopo. Una comunità che parta dal basso ma che non può, per il marchio di fabbrica della generazione a cui questo invito è rivolto, non rivolgersi al mondo intero. E qui torna prepotente la volontà, per l’idea stessa di connettere le persone che sta alla base della nascita di Facebook, di evitare una eterogenesi dei fini che porti Facebook ad essere un mondo parallelo invece che uno strumento.

Senso collettivo, ricerca di uno scopo, senso di comunità. Pur apparendo paradossale che sia Zuckerberg ad aver pronunciato queste parole, dovremmo chiederci se una società virtualizzata non sia comunque destinata a rimanere umana, restando “l’incontro con il volto d’altri” a spingerci ad “impegnarci a far società con lui”, parafrasando il filosofo francese Levinas.

Allargando a dismisura i volti che possiamo incontrare in un cammino sociale ridefinito dalla tecnologia, siamo destinati a rimanere una comunità di destino comune, dove il senso comunitario è destinato a travalicare i confini nazionali e locali e a basarsi sul profondo senso dell’esistenza, piuttosto che sulle radici culturali e interessi specifici che caratterizzano le comunità che abbiamo in mente radicate nella società del XX secolo?