Premessa

C’è un limite strutturale nel livello del dibattito italiano, che rende frustranti molti tentativi di discussione. Più che occasione di confronto – e scontro, nella sua accezione dialettica positiva – le opinioni si vestono di autoreferenzialità e persino presunzione, lasciando il lettore in uno stato di scoramento che sfocia spesso nell’insofferenza prima e nel disinteresse poi. Questa modalità di espressione spesso presenta il grande limite di scadere nella semplificazione più becera, perché l’obiettivo – ricordiamocelo – non è alimentare una discussione, quanto piuttosto far valere la propria tesi. È il gramellinismo applicato a tutti i campi della cultura.

Accade nella politica, nella letteratura, nella musica, nell’arte, e a volte anche nella scienza. Se c’è un campo nel quale la sicumera delle proprie convinzioni dovrebbe lasciare il posto al discreto e rispettoso dubbio, nel quale ogni sincero osservatore esterno farebbe bene ad adottare il motto “so di non sapere” e attenersi all’oggettività del dato confermato sino a quel momento, è proprio quello scientifico. Invece no. Ecco che, di tanto in tanto, incappiamo in analisi affascinanti dal punto di vista estetico ma audaci sul piano delle convinzioni e delle conclusioni.

Svolgimento

Grazie alla segnalazione di un amico sono venuto a conoscenza di un articolo scritto dal bravo Carlo Stagnaro, fondatore dell’Istituto Bruno Leoni, giornalista, al MISE dal 2015. La tesi di fondo è la seguente: ogni innovazione del settore produttivo, anche se inizialmente crea scompensi, alla fine porta sempre a risultati positivi. La storia dell’uomo è disseminata di esempi a dimostrazione di questo enunciato, e chi si ribella a questo dinamismo – a quanto pare – ineluttabile, è bollato come un retrogrado. Nel pezzo le perplessità sull’automazione vengono paragonate alla diffidenza generata a suo tempo dalla zappa, mal vista da coloro i quali non praticavano l’agricoltura.

La zappa, come i robot, ha spiazzato alcuni posti di lavoro e ha determinato (diremmo oggi) uno spostamento dal lavoro al capitale. Questi due fenomeni non hanno gettato nella miseria interi strati della popolazione, pur avendo presumibilmente creato, nel breve termine, vincitori e perdenti. In particolare, hanno “perso” i soggetti relativamente meno efficienti (i raccoglitori) e hanno guadagnato i lavoratori maggiormente qualificati (quelli più abili nell’uso della zappa) e i detentori del capitale (la zappa). Ma, nel lungo termine, è l’intera società ad averci guadagnato: tutti, alla fine della giornata, si sono trovati “più ricchi” (e meglio nutriti)

Che la tecnologia abbia arrecato dei grandi vantaggi nella vita di ciascuno di noi è innegabile. Nel giro di un secolo è cambiato il modo di spostarsi, informarsi, produrre, interagire con gli altri esseri umani, e tantissimi altri aspetti sono stati letteralmente rivoluzionati dai progressi occorsi nella modernità. Ma non è stato sempre semplice e tantomeno lo sarà in futuro: ogni innovazione porta con sé un rovescio della medaglia, un problema etico, una conseguenza non gradita che dovrà essere gestita. La storia dell’uomo non è semplicemente il risultato di un’equazione, quanto piuttosto la necessità, volta per volta, di fermarsi a valutare la contingenza del presente.

Così, il dramma di intere categorie lavorative che rischiano letteralmente di sparire da un decennio all’altro difficilmente può essere gestito a livello umano con una pacca sulla spalla e un consolatorio “tranquillo, oggi hai perso il lavoro e sei disperato, ma quello che è successo servirà a rendere più ricca tutta l’umanità”. E la velocità della modernità rischia di rendere la grande trasformazione oggi in atto ancora più ostica.

Oltre ad un aspetto di scarsa sensibilità sociale nel pezzo di Stagnaro si legge anche una difesa anacronistica di convinzioni ormai comunemente superate.

Dice: va bene la zappa, va bene la ruspa, ma il robot intelligente? Non finirà per rendere obsoleto l’uomo? È molto difficile che ciò accada, e per sostenerlo non serve scomodare le leggi della robotica di Isaac Asimov. Il robot è, per definizione, un’invenzione dell’uomo. La macchina può svolgere in modo infinitamente più rapido e preciso calcoli e simulazioni, può perfino “apprendere” (anche se in un senso diverso dal nostro), ma per sua stessa costruzione deve sempre e necessariamente seguire degli schemi prodotti dall’uomo

Quanto affermato ora è vero a metà. La macchina è un prodotto dell’uomo, ma è in corso un interessantissimo e piuttosto nutrito dibattito che coinvolge informatici, filosofi, medici, psicologi sulla possibilità che un giorno i computer riescano a sviluppare una coscienza, a partire dalla possibilità di prendere decisioni autonome. Non conosciamo i limiti oltre i quali può spingersi un domani il machine learning, né prevedere se tutte le implicazioni saranno effettivamente positive. In definitiva, pronunciare questo tipo di giudizi è un azzardo.

Quanto più la macchina sostituirà l’uomo, tanto più ci avvicineremo al giardino dell’Eden. Già oggi i robot ci liberano da molte fatiche e da rischi che fino a non troppo tempo fa facevano parte della vita, e che oggi consideriamo inaccettabili. L’intelligenza artificiale non è né intuizione né sentimento: è lavoro. La macchina non aggiunge, ma moltiplica

Vorrei con tutte le forze nutrire anche io la stessa fiducia di Stagnaro, ma quando apro gli occhi vedo una situazione ben più grigia di quella descritta. Vedo interi settori a rischio, milioni di lavoratori impreparati a questa rivoluzione, scienziati incapaci di rispondere in maniera definitiva alla domanda se l’intelligenza artificiale sia sicura o meno.

Nei prossimi decenni ci troveremo a gestire il costo sociale ed economico generato dalla progressione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, e l’altrettanto complesso problema etico dell’interazione uomo-macchina.

Sarà il capitalismo a “cacciarsi nei guai”, come dice il recente rapporto The Future of Jobs and Jobs Training, pubblicato dall’autorevole Pew Research Center. Il tema del futuro è questo. Non è luddismo né pessimismo, ma semplice realismo. L’Eden, mi sa tanto, non è esattamente nella direzione in cui ci troviamo.