La sindrome di Stoccolma, come è definita dalla psicologia, è quel sentimento che l’ostaggio sviluppa verso il rapitore. In senso lato, invece, io la immagino come il sentimento misto che definisce i rapporti di odio-amore, di cattura emotiva combattuta dalla repulsione razionale.

Domenica 19 febbraio 1995, tribuna Tevere, la faccia sommersa dagli occhiali da sole di mia madre per non farmi accecare. Una Lazio zemaniana distrugge il Milan di Capello 4-0. La mia prima volta all’Olimpico. A Marassi, contemporaneamente, la Roma cede 1-0 al Genoa. Francesco Totti gioca per venticinque minuti, forse non lasciando il segno come gli capiterà spesso negli anni successivi. Son ventidue anni in cui c’è tutta la mia vita e tutta la vita calcistica di Totti, e domenica sarà di nuovo Roma-Genoa. L’atto finale, il sipario che cala.

Come dovremmo sentirci noi laziali? Quelli che son stati “purgati ancora”, quelli degli sfottò e dei palloni tirati in faccia?

Qualsiasi bambino ha bisogno di simboli, di feticci, per crescere e delineare il suo spazio sociale. Miti, idoli, cantanti, attori. E spesso per farlo utilizza un simbolo negativo invece che positivo, un simbolo del male contro cui scagliarsi, qualcuno su cui litigare e identificarsi in negativo. Per noi laziali di questa generazione, nessun dubbio, è stato Totti quel simbolo. L’alfiere di tutte le nefandezze di “quelli là”, il rappresentante migliore di tutti quei caratteri negativi che riversiamo nella figura stilizzata del nemico giurato. Dunque, come ci si sente?

Ci si sente addosso una nostalgia e uno smarrimento incredibili. Non è solo uno sport e non lo sarà mai. Per motivi pratici, perché è uno scenario, uno sfondo agli avvenimenti della vita e cadenza i ricordi, li lega e li fissa. E per motivi filosofici, perché il fascino di Achille che muore in battaglia non teme il paragone di Ulisse che appende vela e scudo al chiodo. E i nostri eroi epici appendono tutti gli scarpini al chiodo, prima o poi, e noi non riusciamo ad accettarlo.

Son stato male quando nel 2012, in una sola domenica di campionato, lasciarono il calcio Nesta, Gattuso, Del Piero, Inzaghi, Zambrotta, la sensazione di distacco fu forte. Nesta, il capitano con cui sono cresciuto, il numero sulla prima maglia. Gli eroi della nostra giovinezza, della gioia più grande a Berlino.  Sarà così anche questa volta, ma per il calcio romano lo sarà di più.

Qualsiasi bambino ha bisogno di simboli, di feticci, per crescere e delineare il suo spazio sociale. Miti, idoli, cantanti, attori. E spesso per farlo utilizza un simbolo negativo invece che positivo, un simbolo del male contro cui scagliarsi, qualcuno su cui litigare e identificarsi in negativo. Per noi laziali di questa generazione, nessun dubbio, è stato Totti quel simbolo

Perché Totti è la confusione dei sentimenti contrapposti. Il sapore strano degli anni che passano, la fine dei vent’anni, la consapevolezza di essere meno impulsivi e faticare ad accettarlo. La razionalizzazione che odora di maturità da combattere. La voglia di riconoscere le virtù del giocatore e la consapevolezza dell’atteggiamento del nemico irriducibile da mantenere pubblicamente. Totti giocatore eccellente ma, con quel ma che abbraccia tutto il pregiudizio, e pian piano svanisce, pur se non vorresti arrenderti a quella cattura psicologica fatta da cucchiai e lanci ad occhi chiusi in profondità. E invece ti arrendi!

Ti arrendi perché Francesco Totti, classe 1976, da Porta Metronia, è romano prima che romanista. Lo stereotipo del romano indolente, apparentemente sfaccendato, avvezzo allo scherzo ma profondamente timido e riservato. Rosicone e lamentoso, ma generoso. Finisci per difenderlo, ripensando al tritacarne perbenista che lo ha negli anni spesso colpito e che spesso abbiamo volentieri cavalcato per partigianeria, perché la sua romanità piena e rotonda lo ha reso bersaglio facile.

A mano a mano che la sua storia avanza verso il termine, il Totti dentro ognuno di noi emerge. Il Totti che non accetta di smettere, che non riesce a staccarsi dal pallone, che vorrebbe continuare all’infinito e forse, razionalmente, dovremmo dire che sbaglia, che i grandi campioni smettono all’apice, che così danneggia la sua squadra, e invece sappiamo che ogni giorno di più Totti sta facendo quello che noi, eterni bambini, faremmo. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alla gioia più grande, un pallone che rotola. Come ha annunciato giovedì, non abbandonerà questo mondo. Chissà che non continui a giocare, magari in Estremo Oriente o al Miami FC allenato da Nesta. Ma cosa conta? Nulla.

La sua epopea romana, la sua immanenza al calcio italiano termineranno e come tutte le cose di Roma (e non della Roma), il sapore dolceamaro la farà da padrone. La città specchierà nuovamente se stessa nelle divisioni ancestrali, nei tradimenti presunti e nella tragedia fratricida. Rimarrà sullo sfondo di un dolore immenso per una tifoseria intera e di una carriera incredibile, ma quel velo di amarezza ci sarà a prescindere. E allora, ancora, come ci si può non identificare con il nemico di sempre? Come si può non concedere l’onore delle armi alla sofferenza doppia dell’uomo e del calciatore?

Perché si, Francesco Totti da Porta Metronia è il più forte giocatore italiano che abbia mai visto giocare, quello che mi ha dato più dolori, quello che ho insultato, sbeffeggiato, odiato di più. Ma come ha scritto Francesco Costa l’anno scorso l’addio del capitano giallorosso riguarda più noi che lui. C’è un cordone ombelicale che si spezza e c’è la Roma degli americani, la nuova Roma, che pare contrapposta ad un aureo passato impersonato da Totti, simbolo del calcio che fu.

Ci siamo noi che sulla soglia dei trenta trattiamo il calcio come dei vecchi sorpassati da un futuro che non vorremmo. Ci sono tutte le sfumature della nostalgia da assaporare nella domenica dell’addio del “Pupone”.

Anche “i nemici di sempre” ti salutano, Francè.