A dodici ore dai fatti di Manchester, il corriere suona al campanello di casa per consegnarmi dei libri ordinati la settimana prima. Tra i titoli sotto mano decido di iniziare un libro di cui ancora non sapevo niente, La bellezza che resta,  di Fabrizio Coscia (Melville, 2017).

Immediatamente mi rendo conto di una fatidica sintonia tra questo meraviglioso testo e la tremenda recentissima strage.

Il libro inizia infatti con la narrazione delle terribili vicende che hanno avuto luogo tra il 1 e il 3 settembre del 2004, nella scuola elementare Numero 1 di Beslan nell’Ossezia del Nord. Quando alle 9:30 del primo settembre, durante il «giorno della conoscenza» un gruppo di 32 separatisti ceceni fa irruzione nella scuola, prendendo in ostaggio circa 1200 persone tra adulti e bambini. Il triste bilancio di questo scempio, conclusosi due giorni dopo, fu di più di 300 morti, tra i quali 186 bambini.

Coscia riporta alla memoria una strage che sembra quasi un ricordo sbiadito in una memoria ormai assuefatta all’orrore negli ultimi anni.

Una strage che al tempo aveva scosso profondamente lo scrittore:

«cominciai a sviluppare una sorta di ossessione per Beslan. Leggevo tutto quello che veniva pubblicato sull’argomento: mi informavo sulle inchieste, sulle testimonianze drammatiche di testimoni…»

La Strage di Beslan era stata come una secchiata d’acqua gelida sul volto dello scrittore napoletano:

«Era come se quella violenza inaudita mi avesse svegliato da un sogno, mi avesse aperto gli occhi su ciò che era giusto o non giusto, su come avrei voluto che fosse davvero la mia vita»

Sino a che la sua attenzione fu focalizzata dalle parole del poeta russo Evgenji Evtušenco che in un articolo su Repubblica scrisse: «Se il presidente Eltsin avesse letto Chadži-Murat di Tolstoj è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto coi cececi».

Questa affermazione spalanca una domanda cruciale sul valore dell’opera letteraria e dell’opera d’arte:

«La domanda che mi assillava la mente da quando avevo letto la frase di Evtušenco era questa: un libro, un’opera d’arte in generale, per quanto grande e importante, può davvero mutare il corso della Storia, evitarne il Male? Incidere a tal punto nello sviluppo degli eventi?»

L’interrogativo che Coscia si pone e ci pone è vertiginoso, e coinvolge nelle pagine del libro tutta la sua sensibilità letteraria e umana, conducendoci, con una prosa raffinata e densa, dentro i capolavori ultimi di grandi scrittori e artisti. A partire proprio da Chadži-Murat, ultimo romanzo di Lev Tolsoj, scritto negli ultimi anni della sua vita e pubblicato postumo. Raccontandoci Renoir straziato dall’artrite reumatoide, che stringe tra le dita deformate il pennello, fino all’estremo fiato, per consegnarci il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti. Sigmund Freud che, mangiato dal tumore alla mandibola, prosegue sino all’ultimo il suo lavoro. I giorni finali di Leopardi a Napoli, Richard Strauss e i suoi ultimi Lieder. La straordinaria lettera di Simon Weil ai genitori, scritta nel sanatorio di Ashford poco prima della sua morte. E nella ricchezza di questi e altri ritratti, Coscia fa i conti con se stesso e con la drammatica esperienza degli ultimi giorni di vita del padre.

«Mio padre se ne stava andando, il suo corpo piccolo e bene proporzionato, il suo corpo che avevo ammirato come l’emanazione della vita stessa, del suo principio assoluto, avrebbe perso la sua battaglia e io non avevo avuto il tempo di dirgli quanto lo amavo, quanto lo avevo amato».

Nelle pagine di questo libro eccezionale vita e letteratura si intrecciano in maniera dolorosa e sublime.

La narrazione di Coscia è quella di un equilibrista maturo che gioca la sua abilità sul filo più alto della vertigine letteraria, quello che separa la bellezza e la morte, i due fronti di battaglia nei quali resiste solo la vera vera letteratura. La sfida estrema tra amore e morte che lo scrittore affronta è la più ardua e la più umana, e forse quando di fronte al dolore straziante di certe tragedie ci chiediamo perché dovremmo continuare a sperare, lottare, scrivere, amare per l’opera della nostra vita, dovremmo rispondere come il vecchio Renoir, quando Matisse gli chiese perché si ostinasse a dipingere Le bagnanti nonostante le atroci sofferenze fisiche che gli procurava.

«Perché il dolore passa – disse Renoir – ma la bellezza resta».