Poco meno di un anno fa Nicola Mendelsohn, vice presidente per l’Europa, Medio Oriente e Africa di Facebook, annunciava la possibilità che entro i successivi cinque anni il social network sarebbe diventato “solo video”. «Se dovessi scomettere» – affermò in occasione di un convegno organizzato da Fortune a Londra – «direi video, video, video». Una previsione quella di Mendelsohn di certo non campata in aria: nove utenti della rete su dieci visualizzano video e oltre la metà degli iscritti a Facebook guarda almeno un video al mese. Forte di questi dati nel gennaio dell’anno scorso Mark Zuckerberg decise di cooptare diverse decine di dipendenti impegnati in altri progetti per la realizzazione di Facebook Live, la piattaforma per trasmettere video in diretta sul social.

Pare che Zuckerberg abbia sancito l’introduzione dei video live in tutta fretta, durante una rocambolesca riunione nella quale si parlava delle strategie per arginare i competitor. Sì, perché quella dei social è una guerra a colpi di utenti iscritti: se Facebook la fa largamente da padrona e Twitter è ormai in costante declino, rimane stabile Youtube (un miliardo di account) e risulta in forte crescita Snapchat (trecento milioni), particolarmente apprezzato dai giovani per la possibilità di scambiarsi brevi video. Funzione che la stessa Facebook e Whatsapp hanno cercato di imitare con scarso successo.
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Le conseguenze dell’introduzione dei video live sono state però imprevedibili. Se nella fase di startup Zuckerberg ha elargito molti milioni di dollari ai broadcaster selezionati per la sperimentazione – tra di essi New York Times, BuzzFeed e CNN – quando la funzionalità è stata aperta all’intera utenza i guai non hanno tardato ad arrivare. Il sei luglio dell’anno scorso Philando Castile e la sua fidanzata Diamond Reynolds vengono fermati dall’agente Jeronimo Yanez in una cittadina del Minnesota per quello che doveva essere un semplice controllo ad un posto di blocco. Un fatto insignificante destinato però a passare alla storia. Castile dichiara all’agente di portare con sé un’arma regolarmente denunciata, ma al momento di estrarre i documenti dalla tasca il poliziotto – probabilmente temendo un’aggressione – gli spara sette colpi. La fidanzata riprende la scena con il cellulare e pubblica pochi istanti dopo il video sulla sua bacheca, scatenando l’indignazione dell’intero paese.

È la prima volta che la morte va in diretta su Facebook. Qualche settimana fa una quindicenne viene violentata da un gruppo di sei o sette persone che trasmettono le loro gesta con Facebook Live. Proprio in questi giorni Steve Stephens, trentasettenne afroamericano di Cleveland, ha ucciso per strada un uomo, trasmettendo il delitto sulla sua bacheca. Ancora più recente è la notizia di un padre thailandese che avrebbe ucciso la sua piccola di undici mesi per poi suicidarsi: anche in questo caso la diretta è rimasta visibile per alcune ore prima di essere rimossa.

L’introduzione dei live ha senz’altro insegnato a Mark Zuckerberg che Facebook è una piazza troppo vasta per pensare di controllare in tempo reale tutto ciò che avviene. Finché il tagging automatico – l’attribuzione di parole chiave operata dall’intelligenza artificiale – già attivo sulle immagini non verrà esteso anche ai video, con il risultato di poterli monitorare e rimuovere in caso di contenuti inappropriati, casi del genere sono destinati a ripetersi con sempre maggiore frequenza. “Faremo tutto il possibile per evitare in futuro tragedie come questa” ha dichiarato Zuckerberg commentando queste tragedie. Sarà forse per questo che all’ultima convention annuale degli sviluppatori di Facebook F8 tenutasi a San Jose in California – le parole chiave erano altre: su tutte realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR).

Menlo Park è al lavoro già di diverso tempo su questi due fronti.

Per quanto riguarda la realtà aumentata è stata annunciata l’introduzione della Camera Effects Platform, che permetterà di visualizzare sul proprio smartphone informazioni sull’oggetto nel momento stesso in cui lo si inquadra. Sarà inoltre possibile modificare le foto con frasi o effetti 3D, scrivere dei post-it virtuali e, grazie all’acquisizione dell’app MSQRD, realizzare dei selfie con dei filtri a forma di maschera.

Sul campo della realtà virtuale Facebook è già un passo avanti: tre anni fa aveva messo sul piatto due miliardi di dollari per l’acquisizione di Oculus VR, la startup specializzata nella produzione di visori per realtà virtuale. In quell’occasione Zuckerberg dichiarò che la mossa era da inquadrarsi in una strategia a medio-lungo termine. Oggi finalmente iniziamo a scoprire cosa avesse in mente. Alla convention di San Jose la realtà virtuale è diventata sociale con Facebook Spaces, l’applicazione che permette l’interazione con amici e luoghi grazie all’utilizzo del visore. Il tutto rigorosamente in tre dimensioni, con la garanzia di un’esperienza assolutamente realistica. Nel proprio mondo virtuale si potrà fare di tutto: dal costruire oggetti a visitare la stazione spaziale, ovviamente senza muoversi un centimetro dalla propria poltrona.

Una bella svolta, non c’è che dire: solo l’anno passato Facebook si candidava a broadcaster di primo piano, mettendo in discussione il concetto stesso di notizia e di stampa. Oggi, archiviato il mezzo flop di Facebook Live, si lancia nella diffusione di un progetto totalmente differente, anche questo – c’è da scommetterci – destinato a sollevare critiche e problematiche etiche. Battendo la strada della realtà aumentata e della realtà virtuale Zuckerberg indirizza i propri utenti verso una vera e propria fuga dalla realtà, e li incoraggia a costruire un mondo sorridente e luminoso fatto di faccine e bellissimi panorami, dove nulla a prima vista può andare storto. Lo stesso capo di Facebook ha dichiarato che in futuro tutti indosseremo visori per la realtà virtuale in pubblico, senza che questo comporti alcun imbarazzo.

Benvenuti nella nuova, terrificante, era dei social network.