C’è una parola che accompagna il corteo di analisi e cicalecci sulle dinamiche sociali, politiche ed economiche dell’occidente, il fattor comune di ogni sensazione di arretramento epocale: paura. E’ la paura che guida i rapporti sociali, le scelte di voto, le scelte di consumo e risparmio, i sistemi di allarme installati e le pistole acquistate. La paura è tornata al centro del dibattito alla fine di alcuni decenni di ottimismo sfrenato nel progresso dell’umanità, concetto fin troppo banale ma con un certo diritto di cittadinanza. Ma noi, perché abbiamo paura, ce lo chiediamo mai?

La paura non è solo vano istinto, è l’emozione che ci guida alle nostre scelte, ci preserva. E’ sentimento definito dalla nostra soggettività, per questo le scelte che ne derivano sono inoppugnabili per definizione. Non può essere infatti il sentimento della paura ad essere chiamato sul banco degli imputati, ma il modo in cui draghiamo il flusso di informazioni e sensazioni che, una volta elaborate, rappresentano l’input alle nostre reazioni emozionali.

Da piccoli abbiamo tutti avuto paura della strega cattiva, e non a torto. Non avreste forse voi paura di una vecchina aggrinzita, efferata ed infida, dotata di poteri magici? Quello che fuorvia il bambino è, infatti, la percezione del mondo esterno in cui inserisce la strega. La proiezione nel mondo reale di un personaggio del mondo della fantasia. Cosa direste al voi bambino? “Non avere paura delle streghe”? Oppure direste “Le streghe non esistono”?

La paura non è solo vano istinto, è l’emozione che ci guida alle nostre scelte, ci preserva. E’ sentimento definito dalla nostra soggettività, per questo le scelte che ne derivano sono inoppugnabili per definizione

I bambini son bambini, certo. Ma spesso il modo in cui percepiamo il mondo, traiamo indicazioni e poi elaboriamo giudizi è affetto da fallacie evidenti. Daniel Kahneman, psicologo israeliano, premio Nobel per l’Economia nel 2002 per l’integrazione di risultati della ricerca psicologica nella scienza economica in merito al giudizio umano, scrive sul New York Times nel 2011: “La sicurezza che sperimentiamo quando giudichiamo non è una valutazione ragionata della probabilità che il giudizio sia giusto. La sicurezza è una sensazione determinata prevalentemente dalla coerenza della storia e dalla facilità con cui ci viene in mente, anche quando le prove della storia sono scarse e non affidabili. La predisposizione [il pregiudizio] alla coerenza favorisce l’eccesso di sicurezza. Un individuo che esprime molta sicurezza probabilmente ha una buona storia, che potrebbe essere vera o meno”. Per Kahneman i nostri processi di apprendimento sono biased (subiscono un pregiudizio) poiché per comodità, rapidità e facilità tendiamo a seguire un copione già scritto o che sia possibile scrivere con uno sforzo minimo, che ci mantenga all’interno della nostra comfort zone, in un mondo che conosciamo e in cui sappiamo come muoverci.

No, non siamo colpevoli quando acquistiamo l’allarme di ultima generazione, installiamo le grate alle finestre, acquistiamo una pistola, non giriamo nel quartiere a piedi la notte. Non siamo colpevoli perché la nostra paura ha dignità come tutti i sentimenti dell’essere umano, è legittima sempre e comunque

Fidarsi del proprio processo cognitivo è uno dei perception bias (pregiudizi della percezione) da cui siamo affetti. Tendiamo, ad esempio, a cercare informazioni che supportino e confermino le nostre convinzioni (confirmation bias), a soffermarci e fare riferimento alla prima informazione che abbiamo ricevuto come punto di ancoraggio e di paragone (anchoring). E facilmente potremmo trovarci a porre il nostro punto di ancoraggio in un ambito negativo, poiché l’impatto emotivo di eventi o informazioni negative è superiore a quello di eventi o informazioni positive di pari entità o rilevanza (negativity bias). Tutti questi processi sono mutualmente rinforzati l’uno dall’altro. La tendenza a utilizzare e dare più importanza alle informazioni che ci vengono facilmente in mente (availability heuristic) ha un rapporto con la tendenza a dare più spazio alle informazioni negative. E se è vero che la sovraesposizione a una informazione ci porta a credere che questa sia vera (illusory truth effect), pensiamo immediatamente a quanto può essere mal posto il nostro punto di riferimento.

Una mappa dei bias cognitivi elaborata da John Manoogian III

Diciamocelo chiaramente: siamo tutti innocenti davanti alla complessità, alla contraddizioni e alla velocità del mondo moderno. Siamo un paradosso di coscienza che ha imparato a camminare eretto senza risolvere la sua intrinseca irrazionalità.  Però come possiamo non riflettere sulla sovraesposizione a notizie di stampa e tv riguardanti furti, rapine e aggressioni? All’effetto di angoscia e terrore che l’immedesimazione in essi provoca, siano questi raccontati dal mezzo mediatico o da persone a noi vicine, alla tendenza a posizionare un evento violento e la sua relativa probabilità infinitamente più in alto del livello reale? Sulla tendenza che abbiamo, evidente senza che ce lo spieghi la psicologia, a ricercare informazioni ovunque che confermino la nostra opinione per poi, involontariamente, ancorare il nostro giudizio ad esse?

No, non siamo colpevoli quando acquistiamo l’allarme di ultima generazione, installiamo le grate alle finestre, acquistiamo una pistola, non giriamo nel quartiere a piedi la notte. Non siamo colpevoli perché la nostra paura ha dignità come tutti i sentimenti dell’essere umano, è legittima sempre e comunque. Ma quando ci lanciamo nel dibattito sulla sicurezza, sull’immigrazione, sui furti, sulle rapine, sulla legittima difesa, fermiamoci e pensiamo al frullatore da cui provengono le informazioni e le sensazioni che poi si tramutano nelle nostre paure. Dal modo in cui raccogliamo ed elaboriamo queste informazioni. Cerchiamo i dati, guardiamo alla realtà di una falsa rappresentazione dell’esplosione dei delitti violenti.

Sconfiggere la nostra paura non è un atto politico che ci richiede il consesso sociale, è piuttosto un atto di amore rivolto a noi stessi. Siamo noi stessi ad essere le prime vittime delle nostre paure, vittime a prescindere di un circolo vizioso di cui non abbiamo colpa ma del quale dobbiamo occuparci.