«Una delle operazioni più sgradevoli che ci siano è negare l’esistenza dei fantasmi. Sarebbe un po’ come negare l’esistenza dell’anima, e costringere la nostra intelligenza a fare i salti mortali per darci ragione di un’infinità di questioni fondamentali»

C’è un momento nell’infanzia in cui ci troviamo di fronte ad un aut-aut esistenziale e siamo costretti a decretare, come dei boia dell’essere, l’esistenza o meno di certe entità, cose, fatti. In questo praticantato a darci le giuste dritte sono quasi sempre i nostri genitori, giudici di realtà ormai rodati e ben preparati agli inganni delle entità fittizie. Una delle prime sentenze irrevocabili che pronunciamo è sicuramente questa: “I fantasmi non esistono”, e questa certezza una volta conquistata non ci abbandona più. Eppure ultimamente la mia ragione ha dovuto concedere un appello alla sentenza, precisamente quando sulla mia scrivania è stato recapitato lo scritto in prosa di uno dei migliori poeti italiani in circolazione, Massimo Morasso.

Il libro in questione si intitola Fantasmata (Lamantica, 2016), anche se il titolo originale era Fenomenologia degli spiriti (che mi garbava molto ugualmente).

«Chi afferma di non avere niente a che spartire con gli spettri mi è sospetto. Non si vive di sola materia».

Morasso diffida, giustamente, dagli irremovibili cultori della materia, e ci conduce, invece, in una dimensione dove aldiquà e aldilà coesistono. Con uno stile dalle mille risorse, il poeta genovese ci porta dentro il suo gioco di spettri, in un terreno dove verità e finzione si mescolano e si confondono in un nascondino che solo i grandi scrittori sanno giocare. La seducente prosa di Massimo ci ammalia e diverte, ci convince a seguirla e a seguirlo nei voli pindarici dei suoi pensieri e tra i vicoli di una Genova cadaverica, dove il poeta si diletta a passeggiare con uno dei quattro spettri della cerchia di amici “infestanti”.

Loro sono Fritz (Friedrich Nietzsche), Cathy (Catherine Ernshaw), Bill (William Buttler Yeats) e Caterina (Santa Caterina da Genova), quattro spettri che accompagnano il poeta nella salita delle pagine. C’è qualcosa, in queste amicizie spettrali, che suscita senza dubbio invidia a chi non ha la fortuna o l’ardire di imbattersi in presenze del mondo dei morti. Questo qualcosa ha a che fare con la natura stessa dello spettro:

«L’etimologia ci insegna che il fantasma, dal greco antico phantasma, ai primordi della nostra civiltà era un’apparizione, una manifestazione soprannaturale. Lo spettro, invece, ha la sua etimologia nel termine spectrum, dal tema, che è base di specere=spicere, vedere, guardare, e dal suffisso, che è indicatore strumentale: propriamente, il mezzo per vedere»

Come se l’incontro spettrale ci dia la possibilità di accedere a un mondo che gli occhi della ragione non posso percepire. L’apertura, a cui ci invita lo scrittore, è verso il misterioso, una convocazione ad addentrarsi nel campo dell’inspiegabile.

«Un consiglio rivolto a tutti coloro che non credono all’esistenza dei fantasmi: Non limitatevi a guardare un filmetto come Ghost, leggete e meditate per esempio il Bardo Thödol, o Libro tibetano dei Morti».

Tra il serio e il faceto, la voce di Morasso ci ricorda che se assegniamo unicamente all’ordinario l’attributo di esistenza, ci priviamo dello spettacolo del miracoloso. È solo abbandonando per un attimo il campo del possibile che possiamo partecipare all’estasi meravigliata nel contemplare certe visioni. Come ammirare il Sacro Volto di Edessa nella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

«Era un volto impressionante, quello di quel Gesù, inespressivo per pienezza di umanità».

Fantasmata è un piccolo capolavoro letterario che ci regala lo scrittore genovese e finalmente nella schiera di scaffali cartacei popolati da oggetti di consumo travestiti da letteratura fa capolino un’opera che dispiega uno sguardo di apertura al mistero, quello sguardo proprio della vera letteratura. Non ci resta che vincere la nostra resistenza all’immateriale e tendere l’orecchio al mondo delle anime, dove il meraviglioso prende corpo e l’impossibile si mostra dentro il possibile.

«Vorrei poter dire ancora una cosa ai miei genitori,

e ai genitori di chiunque.

Questa cosa è una cosa semplice, ed è: anche noi, siamo spiriti.

E anche noi, così come voi adesso abitate nell’intimo delle nostre anime,

presto abiteremo nell’intimo delle vostre»