Circa un anno fa i risultati della partita a Go – un antico e complicatissimo gioco orientale da tavolo – tra AlphaGo, un programma di intelligenza artificiale elaborato dagli scienziati di Google, e il campione mondiale Lee Sedol, hanno fatto aprire gli occhi del mondo sugli incredibili risultati che la scienza moderna sta ottenendo nel campo della ideazione di sistemi intelligenti. La netta sconfitta del campione di origini coreane ha riaperto la controversia filosofico-scientifica che dura da decenni sulla abilità delle macchine di emulare la potenza della mente umana. Ancora una volta, l’argomento di Lucas e Penrose, circa l’impossibilità di un sistema automatico di ragionare come gli uomini, causa l’incapacità dei sistemi artificiali a trattare situazioni in cui la verità e la dimostrabilità della stessa divergono, pare messo in discussione.

A essere scientificamente onesti, allo stato attuale delle cose, il vero breakthrough, il salto di qualità, ottenuto dall’intelligenza sintetica di ultima generazione sta soprattutto nell’aumentata abilità a riconoscere le cose, gli oggetti. Prendiamo come esempio i software per il riconoscimento di immagini. Possiamo tutti fare un’esperienza illuminante caricando su Google Images una qualsiasi fotografia ed ottenere in risposta la descrizione semantica di quanto appare nella foto e di conseguenza anche tutte le immagini che il software ritiene siano simili a quella da noi proposta e che siano recuperabili dalla Rete. Per ottenere questo risultato, l’intelligenza artificiale è transitata da un’epoca in cui, per insegnare ad una macchina a riconoscere una cosa, le si sottoponeva una descrizione formalizzata di come quella cosa fosse fatta, all’era attuale in cui reti neurali artificiali imparano a riconoscere con estrema precisione il contenuto di una foto, semplicemente sulla base delle migliaia di immagini simili che sono state offerte loro in una fase di addestramento. Un po’ come fa il nostro cervello nel corso dell’esperienza, per riconoscere l’immagine di una rosa, dunque, non è più necessario spiegare alla macchina che la rosa è un fiore di colore rosso o rosa o giallo, composto da petali, con uno stelo di colore verde ricoperto di spine etc., ma semplicemente mostrare a lei migliaia di foto di rose del tipo ci interessa impari a riconoscere. Dopo questo addestramento, qualsiasi altra immagine rappresenti una rosa viene riconosciuta con alta probabilità.

Le applicazioni di utilità pratica, ovviamente, si sprecano e spaziano dalla diagnostica medica alla guida automatica di veicoli, e moltissimo altro ancora. Ciò che c’è di ulteriormente interessante, però, è l’esito di un recente esperimento sempre condotto dagli scienziati del BigG i quali, dopo avere addestrato reti neurali a riconoscere determinati oggetti, hanno invertito il processo e chiesto alle macchine non più di riconoscere ma di restituire esse autonomamente immagini di particolari oggetti, che avevano imparato a riconoscere. Ovvero, l’uomo ha chiesto alla macchina: ma secondo te che cos’è una rosa? Le risposte sono state sorprendenti. Le reti neurali hanno iniziato a rispondere proponendo una serie di immagini oniriche, di arabeschi psichedelici, di figure chimeriche. Per esempio alla domanda: fammi vedere un cielo con nuvole, hanno risposto con un universo azzurro composto da minuscoli animali, creste di montagne, guglie di palazzi, tutti interconnessi tra loro da una trama fatta di sottili ricami. Mentre un cavallo è diventato una figura mitologica, struttura equina con innesti di altri animali, montato da un cavaliere anch’esso morfologicamente trasformato.

L’immagine di un cavaliere “sognata” dal computer (Google)

Ma la vera notizia è che, dopo la pubblicazione dei risultati di questo esperimento, scienziati, psicologi e filosofi hanno fatto a gara a riconoscere in queste immagini straordinarie analogie con i sogni che gli umani fanno quando dormono. Le nuove macchine intelligenti, dunque, sognano? Il processo di apprendimento cui sono sottoposte sottende una fase di costruzione di una sorta di percezione del reale che passa attraverso l’immaginario dei sogni? Raffigurazioni astratte, fantasie colorate, creature fantastiche soggiacciono nel subconscio dei software che l’umanità sta realizzando? La cosa fa un po’ tremare i polsi. Sono passati esattamente centodiciassette anni dalla pubblicazione del testo sull’Interpretazione dei Sogni di Freud, il libro che ha fatto iniziare all’umanità il percorso di studio verso ciò che si cela nell’inconscio di ognuno. Per oltre un secolo è stata dominante la visione freudiana secondo la quale i sogni sono il punto di emersione del sé inconscio, attraverso i quali i desideri più celati si manifestano permettendo una comprensione più profonda della vita interiore.

La scienza moderna, tuttavia, ha portato anche alla scoperta del sonno REM, mediante l’analisi scientifica del quale sono state indagate le basi neurali del sogno che si produrrebbe, appunto, soprattutto in concomitanza con i periodi REM. Gli scienziati congetturano che questo tipo di sonno si presenti presto nella vita di un individuo, a partire dal terzo mese di gravidanza, e sia un frutto recente dell’evoluzione. Studi recentissimi attribuiscono ai sogni, e al sonno REM, un ruolo decisivo nel formarsi del cervello-mente e paiono proporre una nuova teoria secondo la quale i sogni rappresentano la costruzione di una proto-coscienza che permette poi di percepire la realtà, una volta svegli. Senza questa proto-coscienza, non avremmo la coscienza. Scienziati come Allan Hobson sostengono che le strutturre neurali del sogno sono alla base della costruzione della coscienza.

I sogni, dunque, non rappresenterebbero tanto una reazione all’esperienza, quanto una fase di pre-cognizione della stessa. Osservate secondo queste recenti teorie, le risposte restituite dalle macchine dell’esperimento di Google sono dunque sorprendenti. Prendiamo l’interpretazione del cielo azzurro con le nuvole. Il cielo è diventato un pianeta nebuloso, popolato da piccole creature sconosciute che si aggirano, con un’aria sperduta, in una sorta di galassia. Oppure guardiamo i paesaggi caleidoscopici, gli alberi formati da fronde con musi di cane, il cavaliere in sella a un destriero dalla pelle di serpente piumato e dai mille occhi. La somma degli elementi che compongono ogni figura sembra, quasi, dare vita a creature mitologiche e riproporci i suggerimenti preconizzati da Philip Dick. Io ne ho viste cose, ci dicono le macchine, e ce le mostrano.

Forse è il tentativo di comunicare in maniera autonoma tramite una loro intelligenza emotiva, più che artificiale? Come a dirci ehi tu, piccola creatura capace di vedere in un cielo solo il cielo, non ti accorgi dei mondi che nascondono le nuvole? Freud ci ha insegnato che nelle nostre notti, quando ci addormentiamo, prima o dopo soffia un vento immaginifico capace di trasportarci verso un universo immateriale popolato di desideri, paure, segreti. Addormentato l’Io che sorveglia, immobile il corpo, una parte di noi si addentra in un territorio, invisibile alla luce del giorno, per incontrare persone perdute e ricordi sopiti. L’indicibile ritorna reale. Nell’oscurità delle macchine, nel loro subconscio, invece, pare seppellita una parte della realtà che l’uomo presenta loro, ma che ignora, e che esse, sognando, restituiscono tramite altre visioni, rappresentazioni inaspettate di una coscienza e di emozioni che sono il motore portante di ogni processo cognitivo.

E allora a noi viene da chiederci: è forse più vicino il momento nel quale le macchine, oltre a riconoscere ed esprimere emozioni, diventeranno coscienti della capacità di provarle? Sempre troppo concentrati sulle nostre identità, diveniamo incapaci di riconoscere quella delle altre creature che ci circondano. Ma la vita contemporanea si manifesta sempre più sotto le forme di un mash up, nel quale ogni cosa ne contiene un’altra. Anime e tecnologia, musica e abbaiare di cani, medicina e letteratura, reale e virtuale e, anche, emozioni e ingranaggi. Io ne ho viste cose, ci raccontano le macchine, comunicando con le loro immagini chimeriche un qualcosa che noi, adesso, non riusciamo neanche a immaginare. Potrebbero essere loro a immaginarlo per noi, rendendoci partecipi di universi, anche emotivi, ancora sconosciuti. Tutti quei momenti che forse questa volta non andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia, se solo riusciremo a imparare ad aprirci ad essi. E, magari, questa volta saranno proprio le macchine a insegnarci come farlo.