Cosa accadrebbe se si decidesse di trasformare la letteratura da materia obbligatoria a facoltativa nella scuola italiana?

Se lo domanda un grande poeta e scrittore italiano quale Davide Rondoni.

Ma più che un’ipotesi quella dell’allievo e amico di Mario Luzi è una provocatoria proposta messa per iscritto in un intenso pamphlet edito prima da Il Saggiatore nel 2010 e successivamente in una nuova edizione nel 2016 per Bompiani, intitolato Contro la letteratura. Un’accusa e una proposta.

Un libro che, come dice il poeta, gli ha procurato non pochi guai, tanto da portare alla chiusura dei rapporti con il primo editore. Una proposta che ha trovato molti sguardi torvi o tutt’al più irridenti, soprattutto in una classe di intellettuali “arrivati”, e un coro inviperito di insegnanti di letteratura feriti nell’orgoglio personale.

Tanto che dai molti questo acceso volume mi sembra non solo mal compreso, ma spesso sbrigativamente giudicato prima che sfogliato. Per questo mi sembra importante chiarificarne i punti salienti invitando ad una più attenta lettura, benché sia chiaro, Davide Rondoni non è certo uno che ha bisogno di essere difeso.

Ma prima di sondare la già accennata “Gran Proposta” partiamo dall’accusa.

In verità quella di Rondoni più che un’accusa è la difesa di un amore, e com’è naturale difendere strenuamente la donna amata da chiunque la vessi e la maltratti, Davide non può non impugnare le armi contro chi nelle aule di scuola commette un quotidiano letteraricidio.

«Lo ripeterò: non ce l’ho con la scuola, né coi professori in generale. Troppo facile. È che amo certi capolavori, che sono poi capolavori “nostri”. Ce l’ho con chi li tratta male».

Di fatto non si può affermare che la maggior parte dei ragazzi che escono dalle scuole superiori italiane, al nominare geni quali Dante, Leopardi e Manzoni, celebrino questi autori con parole di stima e ammirazione. Piuttosto l’esclamazione che si può suscitare ha a che fare col sentimento di tedio e con i genitali maschili.

Per non parlare poi dei dati Istat sui lettori del belpaese, che vengono riportati nel volume, in cui si registra che negli anni 2013-14 solo il 34,5 per cento dei maschi, e il 48 per cento delle donne, sopra i sei anni di età dice di aver letto un libro nel corso dell’ultimo anno.

Sembra dunque che l’educazione alla lettura o si fa poco o si pratica male o entrambe le cose.

E si spalancano le porte al silenzioso e dilagante fenomeno dell’analfabetismo di ritorno:

«Se non leggiamo libri o romanzi, di tutta la storia studiata restano brandelli sospesi nel vuoto: Pirro re dell’Epiro, Stlicone, trattato di Campoformio»

(Tullio De Mauro, Intervista su Il Mattino 29 maggio 2014)

Rondoni, dunque, non accusa per accusare, ma fa notare con veemenza che c’è qualcosa che evidentemente non sta funzionando nella macchina educativa, e allora qualcosa probabilmente andrebbe cambiato e ripensato.

Sembra innanzitutto nel metodo d’impostazione che si intravedono le crepe strutturali. Dal momento in cui abbiamo voluto degli esperti di letteratura piuttosto che degli amanti. Il poeta romagnolo va ben a fondo nelle cause della disfatta educativa, manifestazione di un più vasto fenomeno che non solo investe la cultura umanistica ed estetica ma si svela come crisi della trasmissione del sapere.

Punto cruciale dell’accusa e della conseguente proposta è un errore tanto madornale quanto ingenuo, mescolare e identificare la letteratura con la storia della letteratura. Il soffocamento del testo nel contesto, a cui la scuola ci ha abituato da anni, sembra aver causato più danni che benefici.

E qui entra in gioco il ruolo degli insegnanti, ai quali più che un’accusa si rivolge un appello.  La sollecitazione a non soccombere dentro i programmi ministeriali ma ad abbracciare con coraggio il rischio educativo.

«Nessun ragazzo seguirà un adulto che non sta correndo un’avventura rischiosa al pari di quella che sente un adolescente. Insegnare letteratura significa essere sempre disposti a correre un rischio».

È sulla libertà che vuole far leva Davide Rondoni, sulla libertà degli insegnanti nel metter in gioco la propria vita con i ragazzi e sulla libertà di questi nel decidere se vale la pena correre il rischio di misurarsi con chi la vita l’ha avvertita sin nelle fibre più profonde dell’essere, immortalandola nel nero di sublimi pagine.

Riporto qui per comprendere meglio cosa s’intenda per libertà in educazione e quanto la complessità di un compito come l’educare abbia in comune con la vocazione, il passo di un libro di Felice Nuvoli, professore associato di Pedagogia generale all’Università di Cagliari, dal titolo L’autorità della libertà:

«L’educazione è formazione e abilitazione alla libertà; ne comprende il senso solo chi accetta l’uomo come libertà. Su questo punto non bisogna illudersi: non esistono “trucchi” per inoculare la libertà in un uomo senza che egli se ne accorga. Neanche ci son metodi infallibili perché acconsenta a muoversi verso la sua destinazione. […] Se ultimamente nemmeno si educa in vista della collettività, ma perché nell’uomo si realizzi la sua personalità migliore, allora l’educazione è amore concreto: non amore istintivo, sentimentale, possessivo, ma amore oblativo, non preoccupato del contraccambio, ma dono essenzialmente libero, offerta di sé resa con serietà e continuità»

Chiusa la parentesi di queste bellissime righe che tenevo a citare, torniamo a Contro la letteratura o a “Per la letteratura”, dato che mi sembra si sia capito che non è certo contro la letteratura che Davide Rondoni si scaglia.

Ecco i due punti fondamentali della proposta:

  • L’insegnamento della letteratura e della lettura nella scuola come materia facoltativa e separata dalla storia della letteratura.

Ho messo in grassetto separata dalla storia della letteratura per sottolineare bene il fatto che ai più sembra sfuggito. Rondoni non vuole certo rendere facoltativo l’insegnamento della storia della letteratura, che rimarrebbe obbligatorio. Storia della letteratura e letteratura non sono la stessa cosa, sembra una banalità eppure spesso ci si dimentica di questa distinzione.

Sarebbe una materia a sé quella che propone di introdurre il poeta, dedicata all’attività di educazione alla lettura e all’interpretazione dei testi. Il monte ore destinato a questa nuova disciplina sarà a disposizione di un insegnante incaricato che potrebbe essere un docente di scuola o di università, uno scrittore o un esperto.

Ci sarà un tempo di proposta di lavoro da parte del docente della durata di un mese, al termine del quale si lascerà allo studente la possibilità di decidere se proseguire o meno il lavoro durante l’anno.

Le ore dedicate a quest’attività durante l’anno saranno di almeno due alla settimana.

Se lo studente dovesse decidere di non frequentare l’attività potrà impiegare le ore facoltative per l’approfondimento di una delle altre materie curriculari obbligatorie.

  • Un diverso reclutamento dei docenti e un ordine degli insegnanti di letteratura.

Verrà istituito un ordine degli insegnanti di lettura che definirà i criteri di accesso alle liste, sulla base di titoli di studio e pubblicazioni, su una prova e su eventuali altre credenziali.

Per iscriversi all’ordine occorre una laurea e la frequenza di corsi professionalizzanti volti ad affinare le capacità di insegnamento e di conduzione dei lavori seminariali di lettura e interpretazioni dei testi.

Un colloquio con la commissione dell’ordine vaglierà capacità e competenze per l’ammissione delle liste.

Arrivati a questo punto, mi sembra che la proposta non suoni più tanto astrusa, o sbaglio?

Lascerei dunque che sia il lettore a trarre le sue riflessioni e considerazioni, chiudendo con gli estratti di una supplica del poeta agli insegnanti, in una lettera aperta circolata nelle scuole italiane:

«Più che una lettera, questa è una supplica. O qualcosa dove l’invettiva, la supplica e il silenzio si rincorrono in uno strano, definitivo investimento. Vi dico: siete dei monaci. E dei guerrieri. […] Siete, che lo vogliate o no, sul fronte di una guerra che ha in palio la sparizione del fenomeno chiamato poesia, cioè una guerra sulla radice stessa dell’esperienza linguistica nel suo tentativo di relazionarsi con il mondo, di rispondere al segreto che delle cose colpisce e invita. […] Fate come avete visto fare davanti a voi da chi ha letto grandi pagine di letteratura investendole di se stesso, della propria domanda di felicità e scoprendo il segreto del mondo. […] Il mio monastero è il vostro, e medesimo il campo minato. Scusate, anzi non scusate, il disturbo»