Ricordo che una volta, tanti anni fa, forse decenni, il Primo Maggio era festa nazionale. Era la festa del lavoro e dei lavoratori. Almeno questo è quello che racconto quando vado in giro nelle scuole, chissà poi se credono a questo vecchio decrepito. Già, sono vecchio, oggi ho ottantacinque anni e qualche giorno fa era il Primo Maggio 2067. Un giorno che oggi non dice più niente a nessuno, che non vale più nulla, eppure mi ricordo che ai tempi della mia giovinezza decine di migliaia di persone – giovani e non – si riunivano nelle piazze a cantare e ballare, e sventolare bandiere.

Ma andiamo con ordine. Il declino ha avuto inizio esattamente cinquant’anni fa, nel 2017, quando il Parlamento Europeo ha approvato una mozione che esortava la Commissione Europea, l’organo esecutivo, a istituire lo status di “personalità elettronica”. Il 16 Febbraio ogni anno si ricorda quella mozione nella “Festa Mondiale dei Robot” – in realtà festeggiano più gli umani che i robot, troppo impegnati a lavorare al nostro posto. Eh sì, perché diciannove anni dopo la mozione Delvaux è stato introdotto in tutta l’UE il reddito universale di base, un vero e proprio stipendio assegnato a tutti i cittadini per il solo fatto di trovarsi in vita nel territorio dell’Unione. Non poteva essere altrimenti, dopo che nel 2033 la disoccupazione aveva raggiunto il livello record del 77%. La Commissione è corsa ai ripari per mettere freno alla carestia e ai suicidi, in perenne ascesa dalla Seconda Grande Recessione.

Oggi, è vero, stiamo meglio, ma ci stiamo dimenticando del passato. Con la poca forza che mi rimane nelle gambe vado di scuola in scuola a raccontare cos’era il Primo Maggio, a spiegare cos’era il lavoro e cos’erano i lavoratori, a descrivere tutte le belle cose che si potevano conquistare col sudore della fronte, alle battaglie di civiltà vinte nei due secoli precedenti. Peccato però che anche le scuole si stiano riducendo al minimo: d’altronde che senso ha fare la fatica di studiare se il lavoro non esiste più? Per cultura generale, come si diceva un tempo, ma il fatto è che ormai solo il 9% dei bambini frequenta una scuola primaria e appena l’1% arriva al diploma. L’università come istituzione non esiste più dal 2054, due anni prima che si avverasse il compimento della superintelligenza, grazie al computer PFE-90000, oggi il vero e proprio processore che regola le attività digitali dell’intero pianeta.

Nessuna catastrofe, come pensavano i nostri antenati. Le macchine sono comprensive con noi, ci lasciano vivere tranquilli, per certi versi ci ignorano. Tutto merito dei moduli empatici, realizzati proprio negli anni della mozione Delvaux da un gruppo di studiosi di Hong Kong, il cui capo oggi è denominato la regina dei robot, il primo essere metà umano e metà intelligenza artificiale. Questi moduli rendono i computer simili agli umani in modo grottesco, quasi disturbante, eppure li rendono più sopportabili, a tratti quasi gradevoli.

A volte capitano delle cose che definirei imprevedibili. Proprio oggi passeggiavo al settimo piano sottoterra – dimenticavo, da quasi dieci anni la superficie è completamente occupata dai robot – quando ho visto la scritta “COMPUTER DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!”. L’ha scritta un robot perché il corsivo ormai è un grafema estinto da almeno venticinque anni, sostituito dall’ormai universale codice binario olografico. La gente passava indifferente, ignara del richiamo di quelle parole tracciate da una macchina un po’ svirgolata dai moduli empatici fuori calibro. Ho pensato che mi manca poco da vivere – faccio parte dell’1% scarso di popolazione che non ha eseguito il backup cerebrale che consente all’identità digitale di vivere dopo la morte – e insieme a un leggero sorriso ha fatto capolino una timida speranza. D’altronde, pensandoci bene, questi computer non sono poi tanto diversi dall’uomo.