«Ero legato al muro con i ferri, come i gladiatori romani, ricoperto dal suono della musica rock 24 ore su 24. Sono stato arrestato a Peshawar [città del Pakistan situata a nord nei pressi del confine con l’Afghanistan, ndc] e venduto agli americani come uno schiavo. È stata una brutta esperienza. Aspetto la vostra risposta se volete conoscere tutta la mia storia, per non dimenticare. Sono qui in Italia in ragione del trattato dell’Europa con l’America. Normalmente non dovrei trovarmi in carcere perché ho diritto all’Asylum Political, perché dopo 7 anni nell’inferno di Bagram sono stato considerato innocente. Ho tanto da raccontarvi. Il vostro povero amico Moez (alias Abu Nasim) che si sveglia sempre alle 2 per parlare da solo come un pazzo a causa delle torture subite. Ciao.»

Estratto di LETTERA DAL CARCERE DI ROSSANO CALABRO (CS) – 30 MAGGIO 2010 contenuta in Guantanamo italiane. Dalle sezioni speciali per arabo-islamici, Olga, novembre 2014.

Il diritto di ogni uomo – il migliore e il peggiore – al racconto di sé

Secondo quanto ha raccontato lo stesso Moez Fezzani, alias Abu Nasim, nel corso dei molti interrogatori fatti in Italia, era arrivato nel nostro paese per la prima volta nel novembre del 1988, sbarcando a Genova con una nave proveniente da Tunisi. Aveva viaggiato legalmente, perché all’epoca i tunisini entravano in Italia con i propri documenti. L’uomo arrivava con l’obiettivo di lavorare nei campi e dare quindi un aiuto economico alla sua famiglia, residente a Tunisi e composta dai genitori e dai tre fratelli minori, uno di 18 anni e due gemelli di 10. Da Tunisi Fezzani era arrivato a Genova con un amico del suo stesso quartiere, di nome J******* R****, il quale aveva già avuto un’esperienza di emigrazione in Italia. Dalla Liguria, in treno, i due si spostarono poi a Napoli, dove lavorarono per cinque mesi nei campi di Casal di Principe. Fezzani lavorò a più riprese nella raccolta del tabacco nel casertano, trovando il contatto per quel lavoro alla stazione ferroviaria di Napoli, in un luogo che sapeva essere un punto d’incontro per l’avvio al lavoro irregolare nei campi. Si fermò a Caserta fino all’ottobre del 1989, quando si spostò finalmente a Milano, dopo aver subito sperimentato, dunque, uno dei volti più profondamente illegali e sommersi dell’economia italiana.

Fezzani, infatti, aveva intenzione di fermarsi in Italia, ma la sua speranza era di trovare lavoro nel settore industriale. Giunto a Milano in treno e senza contatti, cercò nei paraggi della Stazione Centrale “un punto di raccolta di arabi” di cui aveva sentito parlare da tempo. Lì conobbe due tunisini di circa 20 anni di età che lo presentarono a un sessantenne italiano che aveva lavorato in Libia, il quale ospitò Moez e gli altri due in casa sua in Viale Umbria. Lì visse fino all’aprile del 1990, quando l’italiano morì. In quel periodo Fezzani lavorava come venditore ambulante principalmente in via Vitruvio a Milano, non avendo trovato alcun impiego nell’industria, ma con la morte del padrone di casa decise di rientrare in Tunisia per un paio di mesi. A fine maggio del 1990 rientrò nuovamente in Italia. Le leggi per l’ingresso dei tunisini erano nel frattempo cambiate e c’era bisogno di un visto, tuttavia Fezzani si trovava in possesso di un permesso di soggiorno, della durata di due anni, richiesto e ottenuto durante il periodo in cui abitava in viale Umbria. Dal maggio 1990 all’ottobre dello stesso anno lavorò ancora a Caserta nei campi, ma fece di nuovo un tentativo a Milano, dove aveva deciso di specializzarsi professionalmente in qualche modo e cogliendo l’occasione di un corso per il montaggio di mobili, della durata di tre mesi, organizzato dal Comune (e nello stesso tempo studiando la lingua italiana). Attraverso questo corso fu indirizzato al dormitorio di via Corelli, che si pagava con i soldi guadagnati a Caserta. Dopo qualche settimana trascorsa a Milano l’acutizzarsi di alcuni vecchi problemi di ulcera allo stomaco lo convinse a rientrare a Tunisi, anche su richiesta del padre. Nel giugno del 1991 rientrò invece in Italia con uno dei fratelli lavorando di nuovo a Caserta nel tabacco. A luglio 1991 suo fratello, avendo conosciuto delle persone a Caserta e su indicazione di queste, si trasferì a Bolzano in quanto trovava troppo duro il lavoro nei campi. Finita la stagione della raccolta del tabacco nell’ottobre del 1991, anche Moez andò a Bolzano per trovare il fratello e lì scoprì che lo stesso era diventato uno spacciatore d’eroina che acquistava a Milano rivendendola ad un prezzo maggiore a Bolzano. Aveva anche iniziato a sniffarla, l’eroina. Durante quella visita cercò di convincerlo a smettere di spacciare date le buone probabilità che finisse ammazzato o arrestato. Moez visse col fratello fino all’ottobre del 1991, quando, a seguito di una perquisizione domiciliare, furono entrambi arrestati per possesso di stupefacenti. Successivamente, a seguito di accertamenti investigativi, dopo circa sette giorni fu scarcerato in quanto riconosciuto estraneo al fatto, mentre il fratello fu condannato a nove mesi di reclusione. Fezzani portò l’oro, i soldi e tutti gli effetti personali del fratello in Tunisia, consegnando tutto alla madre. Tornò in Italia nel gennaio 1992 rinnovando il permesso di soggiorno. Da gennaio a giugno 1992 visse a Trezzo sull’Adda ospite a casa di tal J****** che era uno spacciatore di hashish. Nel giugno del 1992 furono entrambi arrestati per possesso di 43 grammi di hashish in quanto, raccontò Moez Fezzani, l’altro era andato a comprarli e poi si erano incontrati in strada nei pressi della stazione centrale di Milano. Fezzani sostenne che J****** effettivamente gli propose di aiutarlo a spacciare ma di aver rifiutato perché era contrario ad entrare in quel mondo. Comunque quella vicenda giudiziaria terminò con un patteggiamento e la sospensione condizionale della pena.

Dopo la scarcerazione andò in Valle d’Aosta dove lavorò per il Comune come spazzaneve e spazzino, dormendo presso il locale dormitorio pubblico. Nel marzo 1993, finito il lavoro ad Aosta, fece ritorno a Milano alloggiandosi ancora presso il dormitorio di Via Corelli. Fu a Milano che conobbe tale L****, incontrato una prima volta ai giardini nei pressi della stazione ferroviaria, che era l’accompagnatore di sei o sette pakistani i quali cercavano d’incontrare persone arabe per avvicinarle alla moschea. Si trattava, ha raccontato Fezzani, di una iniziativa con copertura istituzionale che, senza nessun estremismo o spinta alla jihad, cercava di fare diventare delle persone dei praticanti al fine di sottrarle alla criminalità. L**** accompagnava i pakistani in vari luoghi della città dove si aggregavano queste persone, come ad esempio i dormitori pubblici o alcuni giardini come quello vicino alla stazione ferroviaria. La moschea dove questo gruppo di pakistani cercava di indirizzare le persone avvicinate era in un paese limitrofo e comunque era una sede allestita da parte delle autorità comunali.

Frequentò L**** fino a quando il 15 ottobre 1993 fu coinvolto indirettamente in una rissa e accoltellato. Fu soccorso e curato presso l’ospedale Santa Maria di Milano, e quando dopo circa 10 giorni fu dimesso ritrovò L**** presso il dormitorio di via Corelli. Qui L**** lo convinse ad andare nella moschea che si trova all’interno della struttura. Come Fezzani ebbe a dichiarare, accettò di recarsi nella moschea del dormitorio di via Corelli perché sentiva il bisogno di mettere a posto in qualche modo la sua vita con l’aldilà, ma che non era assolutamente sua intenzione diventare un mussulmano praticante terrorista. In un’altra occasione, tuttavia, ebbe poi a dichiarare di essere “rimasto in Italia dal novembre 1988 all’agosto 1997”, di aver “vissuto a Milano, Napoli, Bolzano e Valle d’Aosta”. Di aver fatto a Napoli “il bracciante” e di aver “venduto eroina e hashish” a Milano “prima di diventare un uomo pio e religioso.

Da quel momento, però, la radicalizzazione religiosa di Fezzani fu molto veloce, forse troppo per essersi consumata in così breve tempo. Nel 1994 decise di andare in Bosnia per combattere i serbi, insieme a molti altri provenienti dall’Italia. Si fermò un anno e tre mesi a Zenica e poi fece ritorno in Italia, uscendo dalla Bosnia, come avrebbe dichiarato, con un passaporto a nome Issa Abdallah prodotto dal Governo bosniaco, perché solo così era possibile lasciare il Paese.

In Bosnia aveva conosciuto A*** H*****, che poi a Milano aveva saputo chiamarsi L*****. In Bosnia ci si conosceva solamente con gli alias. Il suo era Abu Nassim. A*** H***** era arrivato in Bosnia due mesi circa prima di lui, proveniente da Como. Quando Fezzani era arrivato a Orachist l’altro aveva infatti già quasi finito l’addestramento. Combattevano in gruppi diversi ed avevano partecipato assieme ai primi due attacchi cui Moez aveva preso parte. Poi H***** rientrò prima in Italia perché era stato ferito alla schiena e alla gamba ed era convalescente.

Tornato in Italia, dunque, Fezzani incontrò A*** H***** presso la Moschea di Milano, un venerdì. H**** si occupava di commercio ambulante di vestiario e gli propose di andare a vivere con lui a Milano in via Paravia, in quanto era stata chiusa Via Corelli. Quando a Fezzani si domandò quale fosse l’attività di A*** H***** in Italia come ex-mujaheddin egli rispose di non saperlo. Quando gli si domandò se faceva parte di qualche gruppo algerino rispose che aveva visto presso la moschea di viale Jenner del materiale di propaganda di vari gruppi, che spesso cambiavano anche nome ma i principali erano G.I.A. e G.S.P.C., ma di non saper dire nulla sull’eventuale partecipazione di A*** H***** a queste organizzazioni e di non sapere neanche se altre persone che frequentavano la moschea ne facessero parte.

Nel giugno 1998 nell’abitazione vicina a San Siro che è presumibilmente da individuarsi in quella di Via Paravia, dove aveva abitato, era stato rinvenuto molto materiale inneggiante alla jihad e alla lotta contro il mondo occidentale, ma Fezzani avrebbe poi dichiarato che finché c’era stato lui, in quella casa quel materiale non c’era arrivato.

Dopo la Bosnia insomma era tornato in un primo momento ad alloggiare al dormitorio di via Corelli frequentandone anche la moschea. Il primo venerdì utile andò a pregare in viale Jenner e molte persone che lo conoscevano vollero sapere della guerra. Intanto, raccontò Fezzani, erano arrivati a Milano i video delle tre operazioni vittoriose alle quali aveva partecipato in Bosnia, e questi video furono messi anche in vendita all’interno dell’ICI (Istituto Culturale Islamico) assieme agli altri video già in vendita e aventi come soggetto la spiegazione del Corano. Come ebbe a dichiarare, riteneva comunque di avere concluso la sua esperienza di mujaheddin pur continuando a rimanere un musulmano praticante. Riteneva in particolare che, siccome l’oppressione dei mussulmani bosniaci era terminata, il suo dovere di mujaheddin si fosse concluso. Gli si fece notare che – secondo un’interpretazione del Corano che tra l’altro era quella che veniva propugnata presso l’ICI di Milano – dovere di un musulmano fosse quello di effettuare la jihad tendendo al martirio, cioè diventare uno shahīd. Rispose che per lui non era così, che in quel periodo era moralmente distrutto e che il suo desiderio interiore era quello di crearsi una famiglia avendo ormai ventisette anni. Nelle discussioni che si facevano all’interno dell’ICI a Milano, vi erano varie posizioni: c’era chi riteneva che si dovesse portare la jihad ovunque, ma c’era anche chi riteneva di avere un rapporto corretto con uno Stato democratico quale l’Italia. La posizione di Fezzani, egli dichiarò, era di tipo intermedio e sostenne di aver contrastato qualche fratello musulmano il quale sosteneva che fosse obbligatorio fare la jihad e diventare shahīd. A suo parere, si poteva decidere di fare la jihad e diventare shahīd, ma non era obbligatorio. A suo parere l’islam non è essere martire in quanto Dio non costringe al martirio.

Secondo quanto sostenuto dallo stesso Fezzani il 24 agosto 1997 lasciò l’Italia con un visto pakistano che gli era stato rilasciato dall’Ambasciata del Pakistan tramite una persona che conosceva, dietro pagamento. Arrivato a Peshawar era stato arrestato per 2 mesi, ma poi rilasciato quando fu accertato che il visto era valido. Avrebbe poi ancora dichiarato di essere andato in Pakistan semplicemente perché la vita in Italia poneva tanti problemi, e di essere partito per sposarsi e mettere radici in Pakistan. Disse anche che benché Peshawar fosse vicina al confine con l’Afghanistan, lui non ci si recò mai, pur essendo sua moglie figlia di emigrati afghani in Pakistan. Disse di aver portato in Pakistan quei pochi soldi che aveva e di aver aiutato suo cognato acquistando un taxi col quale entrambi lavoravano. Catturato in Pakistan nel 2002, è stato detenuto nella base statunitense di Bagram e poi estradato in Italia dopo sette anni.

 

*Moez Fezzani, conosciuto come Abu Nassim, è considerato tra i reclutatori dell’Isis in Italia. Tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto parte di una cellula del ‘Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento’ radicata a Milano con l’obiettivo di reclutare uomini da inviare nei Paesi in guerra. Nel 2014 è stato condannato definitivamente a Milano a cinque anni e otto mesi per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, mentre nel 2012 era stato assolto in primo grado e poi espulso in Tunisia. Successivamente viene rintracciato in Libia, dove gestisce campi di addestramento per aspiranti mujaheddin. Nell’estate 2013 raggiunge la Siria, per poi rientrare nuovamente in Libia nel 2014 e reclutare aspiranti combattenti. Era ricercato anche dalla Tunisia, per l’organizzazione degli attentati al Museo del Bardo e all’Hotel Imperial di Sousse