Caro Alessandro (mi permetterai questa confidenziale licenza),

Ho appena terminato di leggere il tuo ultimo libro edito da Mondadori, L’arte di essere fragili, al quinto posto tra i libri più venduti dell’anno nella classifica di IBS, e devo essere sincero, si agitano in me sentimenti contrastanti. Perché se da una parte ho trovato degli slanci illuminanti, dall’altra mi hai fatto schizzare la glicemia alle stelle per la coltre di zucchero a velo con cui cospargi le tue pagine.

Il primo cucchiaio di miele è l’immancabile “Caro Giacomo”, con cui si apre ciascuna delle 34 sezioni.

Almeno potevi variare un po’, che so’ con “Mio caro Leo”, o “Diletto Giacomino”, cose così insomma…

Poi se proprio volevamo essere in linea con lo slang giovanile ti avrei proposto un’altra formula, una cosa tipo:

Ah Zì,

Quer pezzo ch’hai scritto pe la pischella tua spacca de brutto!

 Eppure, caro Alessandro, l’espediente letterario di per sé è una brillante e giustificata trovata: ti immagini destinatario della Lettera a un giovane del ventesimo secolo che Leopardi avrebbe voluto scrivere, come accenna in un passo dello Zibaldone, e a tua volta gli rispondi.

Purtroppo però cerchi di fare due cose in una: apri con Caro Giacomo, ma subito sommergi il lettore di massime su vita, amore, poesia ecc. Poi ogni tanto ti ricordi che stavi scrivendo a Leopardi e allora gli fai l’occhiolino, per farlo sentire coinvolto nella conversazione: “Anche tu, Giacomo”, “Come tu mi hai scritto, Giacomo”, “Per questo, Giacomo”.

Così, mi sembra, caro Alessandro, che venga fuori un bel miscuglio tra il trattato di pedagogia divulgativa e la lettera aperta, tra il ritratto di un’artista e il racconto di un’insegnante.

Perdonami, caro Alessandro, se ti tratto un po’ male, il fatto è che tutto ciò che dici è vero e giusto, e l’originale ritratto che dipingi di Leopardi è indubbiamente affascinante, però cavolo! Passi dal sedurmi con passaggi bellissimi come:

“Tu sei l’uomo grazie al quale posso portare tutte le volte che voglio, una notte stellata dentro la mia stanza, una luna piena dentro la mia classe, e per qualche istante ritrovare intatti i desideri più profondi del cuore”

 

“La poesia della vita non è un sentimentalismo dolciastro, ma un eros forte, appassionato e resistente, fatto per mostrarci che tutto è per noi, destinato a noi”

 

“Questo è il compito della letteratura: rendere l’uomo più vero e autentico”

E altre frasi per le quali urlerei: Fabio Volo esci da questo corpo!

“Si impiegano più muscoli del viso per essere tristi che per sorridere (lo dicono anche gli scienziati)”

 

“Trovando l’infinito fuori si scopre di averlo dentro”

 

“Troppo pensiero e troppo cuore per un volto solo”

Mi sembra che quest’overdose di aforismi e affermazioni, lo dici tu stesso che la letteratura serve a porre interrogativi, svilisca il bel messaggio di speranza di questo libro.

In questo caso il suggerimento lo prendo da un altro scrittore che pubblica con Mondadori, il caro Mauro Corona:

“Bisogna togliere, sottrarre!”

Ma lo sgarro più grande, caro Alessandro, probabilmente me l’hai fatto inserendo nel libro il cloud che hai composto per i tuoi studenti con i termini ricorrenti nei versi di Leopardi:

 

Forse, caro Alessandro, sono ingiusto con te, e nel tuo lavoro di insegnante e scrittore hai fatto, e fai, molto bene per i tuoi alunni e i giovani lettori. Proprio per questo, e perché trovo in te un barlume di grandezza molto più luminoso che in tanti altri scrittori, non ti voglio tacere le cose che nel leggerti, di te non mi vanno giù.

 

Tuo, Federico