Sono tempi veramente bui per gli impiegati di tutto il mondo. Non bastavano il delirio causato dalla crisi del settore bancario e assicurativo che ha causato sconquassi occupazionali di enorme portata, l’improvvisa febbre da spending review che fa urlare daje-all-impiegato-pubblico-nullafacente, la riforma dei contratti nazionali che rende i netturbini meglio pagati dei cassieri, l’automazione che minaccia i lavoratori addetti alle mansioni più ripetitive. In Giappone alcune aziende stanno sostituendo gli impiegati con software basati sull’intelligenza artificiale. Il colosso ING Direct solo qualche mese fa ha annunciato massicci tagli del personale, non perché sta fallendo ma semplicemente per dirottare i risparmi ottenuti nel miglioramento della piattaforma informatica. Ovunque è un fiorire di chatbot, contact center con sede all’estero, incentivi ad usare casse automatiche e self service online, dal conto corrente al saldo della mensa della scuola dell’infanzia.

Il classico colletto bianco, il caro vecchio consulente che ti accompagnava nel tuo cammino finanziario, assicurativo, di risparmio, fino alla salute e alla previdenza, è ormai destinato a sparire, sostituito da form online ed entità digitali che rispondono alle domande in base ad un algoritmo. Tutto questo – si intende – nel nome del risparmio. Le aziende ci guadagnano, gli utenti hanno il vantaggio di essere sempre e comunque serviti, a mezzanotte come alle due del pomeriggio, sulla scaletta dell’aereo così come bellamente accomodati sul water.

Ma – parlo a nome della categoria – cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Forse tutto, forse niente, ma a mio avviso è opportuno volgere brevemente lo sguardo ad un lato dell’organizzazione del lavoro che è sottovalutato non fosse altro perché dato per scontato. La parola d’ordine in materia di spazi lavorativi per gli impiegati è open space. Ogni luogo lavorativo, dalla filiale bancaria all’ufficio del personale, dal contact center al nucleo istruttoria, dalla segreteria scolastica alla redazione giornalistica, consiste di una stanza più o meno grande, spesso dotata di banchi sistemati dirimpetto l’uno verso l’altro che prendono il nome – rassicurante solo sulla carta – di isole (ogni uomo è un’isola? Non nell’open space!).

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La logica che sta alla base dell’open space è facilmente comprensibile: la condivisione dello spazio dovrebbe favorire da un lato lo scambio costante di idee tra colleghi e dall’altro promuovere la socializzazione, considerato che spesso e volentieri si passano più ore con i compagni di lavoro che con quelli di vita. Chi come il sottoscritto ha vissuto direttamente un’esperienza simile sa perfettamente quanto questo ragionamento difficilmente produce effetti concreti. Che l’uomo sia onnipresente sui social non significa che sia necessariamente sociale, né tantomeno socievole: il primo ordine di problemi è intrinseco e riguarda le relazioni tra i protagonisti di questo strano reality show. Il collega è un po’ come il fratello o la sorella, o il genitore: non te lo scegli. E però te lo devi far piacere lo stesso, a meno che non voglia passare le pene dell’inferno. Da questo punto scaturiscono un’infinita serie di dinamiche sociali che si propagano con effetto domino e milioni di copie di libri sulla PNL. Il collega chiacchierone, quello perennemente scontroso, quello che ti tossisce in faccia, quello che urla al telefono, quello che puzza… sono solo alcune tipologie della croce che ti può capitare a fianco.

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Ma ci può essere anche il/la collega che ti fa perdere la testa, con tutti i rischi del caso. Tutto ciò per dire una cosa molto semplice: lo spazio condiviso contiene molteplici elementi di distrazione. Gli scienziati si interrogano da anni sull’utilità dell’open space, e specie nell’ultimo decennio si sono moltiplicati gli studi che riconoscono una correlazione tra questa tipologia di spazio lavorativo, rumore diffuso e decremento della produttività.

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C’è poi il fattore estrinseco, quello legato alle persone esterne che accedono all’ufficio. La scelta dell’open space – ci è stato insegnato – è per far sentire a proprio agio l’utente, eliminando ogni fattore che rappresenta una barriera. Allora sostituiamo la bussola con le porte scorrevoli (in barba alla sicurezza), il bancone con le scrivanie, le pareti con sottilissimi strati di elegante vetro satinato. Tutto bello e accogliente, ma c’è un “però”: siamo sicuri che l’ospite che riceviamo gradisca? Tornando all’esperienza diretta, la risposta è un “no” secco. La privacy in queste situazioni è spesso ballerina, difficile da tutelare così come arduo è conquistare la fiducia dell’interlocutore, spesso più preoccupato di guardare chi entra – “magari qualcuno mi riconosce mentre chiedo un finanziamento o svolgo un movimento importante di denaro!” – oppure dal difendere dati personali da orecchi indiscreti. E spesso risulta difficile anche per l’impiegato comunicare con la dovuta libertà alcuni messaggi che in un ambiente riservato viaggerebbero in maniera più diretta.

La soluzione per risolvere la crisi del settore – sempre che si voglia effettivamente ricercare – non passa dunque semplicemente per l’incremento della produttività. Occorre anche rivalutare il fattore umano, scardinando pregiudizi e credenze ormai consolidate. A volte, forse, erigere qualche barriera fa bene.

Ridateci il vecchio, caro ufficio con quattro mura e una porta che all’occorrenza può rimanere chiusa.