«Le cose, dunque, erano andate così. Il mondo era finito così»

Come finirà il mondo che conosciamo?

Dentro la nube di fughi atomici, nel risiko di paffuti dittatori dalle bizzare capigliature?

Dentro il folle grido al tritolo di giovani dalle lunghe barbe?

In Le cose semplici (Bompiani, 2016), finalista al Campiello, il mondo che costruisce Luca Doninelli collassa su sé stesso per altri, apparentemente assurdi, motivi.

«Il mondo aveva smesso di essere un affare vantaggioso, c’era troppa gente, e troppa gente vuol dire lavoro in perdita: chi l’aveva sempre dominato stava soppesando i costi e i ricavi e cominciava a pensare che non valeva più la pena investire sulla sopravvivenza. Ebbe così inizio il grande ritiro»

È la fiducia che viene a mancare. Dapprima la fiducia di tornaconto dei potenti nella scommessa in favore del genere umano. Poi quello che si incrina è ciò che sta alla base della costruzione di una società: il rapporto di fiducia tra un essere umano e l’altro. Come una messa in scena dello scetticismo humiano. Decade il patto tra individuo e Società, e tra individuo e individuo.

«Invece la domanda che ora è? perse ogni senso quando ancora gli orologi funzionavano perfettamente: fu sufficiente non credere più alla risposta, non fidarsi più dell’interlocutore o del suo satellite o della capacità di uno e dell’altro di regolare a dovere l’orologio»

È nelle macerie di questo mondo in rovina che i protagonisti si questo imponente e intenso romanzo si muovono, nel tentativo di riacciuffare il filo sdrucito dell’esistenza.

Nei quattro quaderni di cui si compone il romanzo, Dodò, il protagonista-narratore, ci conduce in questo mondo apocalittico. Da una Milano irriconoscibile a una Firenze completamente dipinta di nero, da Roma saccheggiata dalle bande, indietro nel passato a Parigi e New York.

Una collezione di ritratti umani ci accompagna in questo viaggio: il rabbino Lattes, il professor Lemoine, Gualco, Zazza, Parapini, Felipe Farouk, il signor Dong, padre Giulio ecc.

Ma ciò che ci conduce pagina dopo pagina, come in tutti i grandi romanzi, è una grande storia. La storia dell’amore tra Dodò e Chantal. Separati da 20 anni dall’Oceano Atlantico, lui relegato nella decadente Milano e lei in un’ormai ignota New York.

«Anche l’amore di Chantal per me era semplice e insieme difficile e grandioso»

Un amore inconsueto, nato in un bistrot di Parigi, tra un giovane ricercatore in letteratura e un giovanissimo genio della matematica, che a 15 anni insegna già in università.

Attraverso il racconto e le parole di Dodò, noi lettori, non possiamo non innamorarci di rimando di questa incredibile ragazza, e la inseguiamo insieme a Dodò, nella speranza di ricongiungerci anche noi a lei.

«Quando mi trovavo con Cha era il mio amore a dettarmi non soltanto le parole che dicevo, ma tutte le azioni, dal modo ci comportarmi con un povero a quello di affrontare un argomento di conversazione, dalle parole da rivolgere al cameriere alla scelta dell’itinerario per la passeggiata»

Quello che rimane, alla fine del mondo, il fondo dell’ultima speranza dell’essere umano, è ancora quella forza che da sempre lo muove:

«l’amor che move il sole e l’altre stelle»