Canova, Gazzelle, Gazebo Penguins, Francesco Motta, Gomma, Ex-Otago e molti altri: quanta crisi in questa musica “giovane”

Credo sia importante solo in modo relativo ciò che pensate riguardo al Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan. Quel che è certo è che pure quegli autori che chi di musica poco capisce, come il sottoscritto, chiama in modo omnicomprensivo “i giovani cantautori” o i “giovani gruppi italiani” continuano a lavorare chirurgicamente sul contenuto testuale, e lo fanno mostrandosi all’altezza come minimo di alcune pubblicazioni letterarie sempre più uniformi, sempre più irrigidite e costrette dentro a uno standard spinto dalle scuole di scrittura, da alcuni editor e da molti editori. Questi cantanti, gruppi o cantautori sono peraltro almeno confortati dalla necessità, o se volete dalla possibilità, di scrivere parole che stiano bene e funzionino non in quanto contenuto finito e sufficiente a se stesso ma al contrario in accompagnamento a, o con, una musica. Insomma, o chi scrive su carta fa qualcosa di più e di diverso rispetto a chi lo fa per la musica – e soprattutto smette di lavorare perché questi testi sempre più si somiglino – oppure sarebbe opportuno che smettesse di mostrarsi scandalizzato circa i destinatari dei Nobel recenti. Aperta e chiusa questa piccola polemica, colpisce quanto – e in che modo – emerga nei testi e nei video prodotti da questo settore della musica italiana – che forse potremmo definire genericamente “underground” – una crisi che non è soltanto economica,

“Passano leggi sul posto fisso, non averlo neanche e io nemmeno l’ho visto” (Canova, Vita sociale)

ma è anche individuale, generazionale, violentemente intimista:

“Scusa ma non riesco proprio a uscire stasera, troppi muscoli da usare, ho esagerato un po’; avrei bisogno di parlare con qualcuno di gentile, perché non passi qui? (I Cani, Il posto più freddo)

mentre al contrario quella dei genitori di questi ragazzi era stata tutta buttata all’esterno, in politica, e fa impressione notare quanto i genitori e gli adulti (i più adulti) in genere popolino queste canzoni, questi testi:

“Sarà curioso avere a che fare con chi da sempre ha fatto a meno di noi. Riguarderemo le foto dei tuoi, quando qualcuno aveva cura di noi […] Abbiamo appeso la foto dei tuoi in una cornice, a guardarla il tempo non ci lascia in pace. E la faccia del vicino al balcone, a guardarla si capisce che non cambia niente” (Gazebo Penguins, Trasloco)

Una sorta di separazione con un generico mondo di (diversamente) adulti che non sembra potersi risolvere, non sembra giungere a compimento nemmeno quando le scelte di vita potrebbero dirigersi in quella direzione.

“Mio padre era un comunista e adesso colleziona cose strane, dice che le amicizie e la rivolta sono vere solo per chi ha paura e rimane. Mia madre era bellissima, le piace fare grandi passeggiate, dice che un figlio un giorno lo farò ed io l’ascolto sempre perché mi piace la sua voce. L’amore per loro è aspettare insieme la fine delle cose” (Motta, Mio padre era comunista)

 

I rimpianti, dunque, un senso di incompiuto che si fa nostalgia (e su cui tornerò dopo), una tristezza legata ad un tempo che è stato perduto e che come si vede questi giovani non fanno finta, non negano che avrebbero voluto spendere insieme a

“Padri stanchi tornano a casa dal lavoro in moto, è quasi buio, soltanto luci verdi e rosse ed arancioni e gialle e sotto agli alberi non fanno luce neanche quelle, ho 15 anni e con le mani in tasca sto tornando a casa anch’io e in faccia ho freddo mentre sotto alla mia giacca sudo e ho un groppo in gola ma non so perché, adesso non ricordo più perché” (I Cani con i Gazebo Penguins, Corso Trieste)

Questo è un testo importante, comunque lo si voglia girare e a dispetto di qualunque quota di snobismo ognuno di noi possa decidere di conservare e esibire. Sono testi che non appaiono mai casuali, non stonano e non sono quasi mai adattati a forza dentro a una musica o a un prodotto commerciale. Questa crisi non è dunque esclusivamente sociale, perché riguarda soprattutto le persone, da sole – nel proprio intimo e privato – e nel loro realizzarsi insieme alle altre:

“C’è un sole perfetto, ma lei vuole la luna […] Ho visto troppa gente, in questi sette anni, e per scegliere qualcuno ci ho messo dieci secondi. Le giornate erano piene di storie assurde e di silenzi” (Motta, La fine dei vent’anni)

Contenuti colmi di crisi socioeconomica e delle relazioni, insisto, e sostenuti da testi potenti e da una fotografia che non lascia mai il minimo dubbio riguardo a ciò che racconta, che è fredda come questi ragazzi sembrano avvertire la contemporaneità, che è autentica e precisa: insomma mai, o raramente, bugiarda. Come l’imbocco autostradale, o di una tangenziale, del video realizzato dai Gazzelle per la bellissima canzone NMRPM, che inizia così:

“Non mi ricordi più il mare, se penso a te ora vedo un centro commerciale, o lo scorso natale, a cena dai tuoi a guardare le foto dell’estate. Che fanno i tuoi?, chi è tuo padre?, insomma suoni?… ma dai, perché non provi a fare un talent?…io conosco molto bene il produttore generale – ti prego passami il sale, e non mi vedi più, posso aiutare a sparecchiare, ma non mi vedi più, meravigliose le foto, ma non mi vedi più”

O ancora Gomma, per la canzone Elefanti, di nuovo questi desolati – e desolanti – spaccati cittadini deindustrializzati, e la voglia di fare

“Come gli elefanti, che si nascondono quando sono felici […] Andiamo a finire in un posto segreto, a finire in un posto segreto, a finire dentro a un posto segreto”

Gli esempi sarebbero molti, e anche i gruppi da citare, parecchi dei quali peraltro estremamente validi sotto molti (e diversi) punti di vista. La tristezza delle location del video della canzone Soffrire non è utile dei Gazebo Penguins è esemplare, soprattutto perché si accompagna a un testo prima disperante e poi dissacrante:

“Non c’è notifica che ti salvi quando niente ti fa stare bene. Non c’è nessuno che ti ascolti quando il giorno sembra rallentare. C’è il sospetto che forse star male ti conviene”.

E ancora in Cara catastrofe di Le luci della centrale elettrica tornano anche crisi e disillusione:

“E vieni a vedere l’avanzata dei deserti, tutte le sere a bere, per struccarti useranno delle nuvole cariche di piogge, vedrai che scopriremo delle altre Americhe io e te, che licenzieranno altra gente dal call center, ché ci fregano sempre…”

Una generazione così profondamente vinta, presa a calci e afflitta dai rimpianti che se ne vergogna e li nasconde, ripetendosi come un mantra che è

“L’unica vera nostalgia che ho” (I Cani con i Gazebo Penguins, Corso Trieste)

È questo senso d’incompiuto e di rimpianto, questo pullulare di toni e di luoghi oscuri a segnare questi testi figli di un’ondata musicale così interessante, di questo gelo generazionale che così profondamente ci interroga e allarma, soprattutto nella misura in cui non sembra ancora in grado, questa generazione, di cambiare passo e svoltare.

“Se i giovani d’oggi valgono poco, gli anziani cosa ci hanno lasciato?” (Ex-Otago, I giovani d’oggi)